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  Piedimonte Matese, sannitica e romana.
(Estratto da: Piedimonte Matese, di D.B. Marrocco, Ed. ASMV, 1980)  
 


Durante le guerre sannitiche


La seconda guerra sannitica ebbe come principale teatro di operazioni il Matese, e la nostra terra fu il passaggio obbligato dei due eserciti in lotta.
Dopo la prima sconfitta dei Sanniti e la loro ritirata a Benevento nel 314 a.C., il Matese Tifernus mons, rimase abbandonato ai Romani. Questi, fin dal 326, avevano occupato Rufrae (Presenzano), Allifae e Callifae col loro territorio[1]. Ormai conoscevano il nostro massiccio.
Durante l'inverno 314-13 ci fu un temporaneo assedio a Bojano
Bo­vianum Undecimanorum, ed è per l'antica pista delle greggi Alife-Pie­dimonte-Castello-S. Gregorio-Lago-Perrone-Guardiaregia, che avvenne il passaggio dei legionari.
Due anni dopo si combatté di nuovo nel Pedemontano, «la porta da cui i Sanniti dilagavano di solito nella Campania», come ben dice il Verrecchia. Un presidio romano assediato a Cluvia, fu massacrato, quando si arrese per fame. Ma nel 311 il castello fu riconquistato dal console Giunio Bubulco, che vi uccise tutti i maschi omnes puberes dai 14 anni in su (IX, 31). L'assedio fu riportato a Boiano, che fu presa.
Ma dov'era Cluvia?
Da Livio appare che aveva mura, che vi era una popolazione civile, che non era grande, «ma era posta in posizione strategica di grande importanza ... sulla via che menava dalla Campania a Boiano dei Pentri>>[2]. Ora, per valicare il Matese da Alife a Boiano non vi è che una strada fino al lago, divergente da S. Gregorio per il Raspato e Pretemorto. Dal Lago si poteva procedere o per l'Esule e Campitello (sentiero-centrale), o divergendo a sinistra di M. Miletto per Séccine e Roccamandolfi, o a destra di M. Gallinola per il Perrone e Guardia­regia (Pista delle greggi), ed anche per il Perrone, Campo della Borea, S. Egidio.
Qui si può cercare Cluvia, da altri pensata altrove.
Siamo nel quarto secolo. È essa l'abitato preistorico sul Cila? O è Castello come propone qualche studioso? Certo, era uno dei molti castelli conquistati dal console C. Marcio Rutilo nel 310. Né poteva sorgere in luogo troppo isolato o troppo distante dalla linea Alife-­Boiano. Si escluderebbe in parte l'abitato megalitico di Letino, e allora siamo obbligati a fermarci o su Piedimonte-S. Giovanni, o su Castello, o su Cila stesso. Di più particolare credo non si possa dire.
Certo fu distrutta allora, e qualche gruppo di sue famiglie, la gens Cluvia, si trapiantò in Alife dove si nobilitò, e fece anche splendide carriere durante l'impero[3].
Quanta importanza strategica avesse il Matese è chiaro. Boiano era una testa di ponte minacciosa nel cuore del Sannio Pentro, e per tenerla occorreva una congiungente da Alife. Si capisce che, caduta Alife, il Matese sarebbe ricaduto automaticamente ai Sanniti, e il presidio romano a Boiano doveva subito filar via, ammesso che lo avesse potuto. Perciò tanto accanimento romano per Alife.
Proprio questo avvenne l'anno dopo, il 310, da parte dei Sanniti biancovestiti, ma la riconquista romana fu immediata. Il console C. Mario Rutilo «tolse con la forza ai Sanniti Alife, e molti altri castelli e villaggi o furono crudelmente distrutti o colla resa vennero in potere dei Romani» (IX, 38). Dunque ecco l'esistenza non di Alife soltanto ma di «molti castelli e villaggi» in questa zona. Le numerose tombe militari trovate a S. Croce (S. Gregorio), quando si costruiva la 76, devono essere di questo periodo. Soldati caduti in uno dei tanti feroci scontri fra i robusti montanari del Sannio e gli allenati soldati di Roma.
I Sanniti, montani atque agrestes (IX, 13), incassavano bene, si direbbe oggi. Le pigliavano, ma non cedevano. Nel 309 ci fu una nuova loro incursione sul Matese, e stavolta il console Rutilo vi fu battuto e ributtato in basso. Cadde Alife e tutto il territorio. Ma ecco nel 307, più duro che mai, il console Quinto Fabio Massimo Rulliano. Se il Sannio era duro, Roma non scherzava. Una terza battaglia vi fu presso Alife nel 307, e in essa si lottò corpo a corpo per un'intera giornata. Caduta la notte, i Sanniti esauriti (non pensando che i Romani lo erano altrettanto) in parte salirono sui nostri monti, ma la maggior parte si chiuse nell'accampamento, e si arrese la mattina dopo. Si ripetette nella nostra pianura la scena avvilente delle Forche Caudine, ma all'inverso. I Sanniti stavolta si curvarono sotto il giogo: hi omnes sub jugum missi (IX, 42). 7.000 Sanniti e alleati furono venduti schiavi. E così proprio nel Medio Volturno furono scoperti gli aiuti segreti di gente, come gli Ernici, che faceva due facce!
Tutti sanno dell'umiliazione imposta dai Sanniti ai Romani, alle Forche Caudine, nessuno sa dell'identica umiliazione imposta dai Romani ai Sanniti nel Medio Volturno.
La guerra era a morte. Sempre più grande si faceva la miseria dei Sanniti, dice il Mommsen, sempre più disperata diveniva la lotta. I Romani non facevano più prigionieri, ammazzavano tutti. I Sanniti, erano stati essi i primi a inferocire, trucidavano pure chi si arrendeva. Ma, senza tecnica, con armamento inferiore, la gioventù sannita, temibile nell'urto, si faceva pigliare in mezzo, e veniva di regola falciata, sempre però dopo aver lottato disperatamente ed ucciso.
Che impressione facessero ai Romani le nostre montagne selvose, abbandonate, piene di neve e d'insidie, s'intuisce da quella qualifica che Livio dà al Matese: iniquitas loei (X, 30). Luoghi aspri, pericolosi, terribili!
Nel 305, nuova battaglia. Il console Postumio, salendo da Alife sul Matese, ha seguito il collega Minucio per ricongiungersi con lui presso Boiano. I Sanniti lo seguono, e si accampano a due miglia da lui. Il posto potrebbe anche essere la piana centrale fra S. Maria e Campo Majuri.
Postumio lascia nell'accampamento parte dei soldati, e con la maggior parte di essi senza zaino, expediti, dopo mezzanotte, raggiunge in tre ore, per la via più diretta il collega Minucio. Nessuno se n'è accorto. A Boiano, Romani e Sanniti già si sono attaccati. Postumio fa riposare i suoi, poi li lancia nella lotta contro gli stanchi nemici. Lotta disperata e massacro! 26 bandiere prese, il generale sannita Stazio Gellio prigioniero, e Boiano s'arrende (IX, 44).
Dopo questa vittoria il nostro territorio sulla sinistra del Volturno rimase ai Romani.
Nel 298 inizia la terza guerra. Come il Sannio si muove, compaiono qui i consoli Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure. E a Sentino nel 295, i nostri rozzi giovanotti, di fronte ad un attacco combinato dei due, si fanno pigliare in mezzo, pur dopo travolgenti corpo a corpo, e quelli fra essi che restano in piedi, scappano al solito sul Matese[4].
Nel 295 l'ultima feroce testata dei Sanniti che scendono dal Matese di qui, saccheggiando e uccidendo, arrivano fino a Calvi Risorta, Cales, poi il Matese rimane stabilmente in mano romana e, perduta questa roccaforte, tutto il Sannio arretra, fino alla sua fine, nel 290, dopo tanto sangue.

Durante la seconda guerra punica

Seguo sempre Livio, e un po' anche Polibio. Proveniente dagli Irpini e da Benevento, ecco comparire Annibale. Prese Telese d'assalto e, passando sul Titerno per Torre dei Marafi, entrò nella nostra pianura. Secondo Polibio (III, 92): «catà tòn Eribianòn caloùmenon lòfon» e «ton Atirnón potamòn»: il primo potrebbe essere il monte Erbano, l'altro il Volturno.       Siamo nel 216. Era esercito e orda quello di Annibale, era una provocazione sprezzante a Roma per averla a battaglia campale; era la distruzione dell'Italia fedele, e la corruzione delle plebi tentennanti. Forse fu da noi che avvenne l'errore della guida che confuse Casinum con Casilinum (Capua). Annibale voleva Cassino, la guida capì l'altra, sbagliò via dopo i Quattro Venti, e fu messa in croce (XXII, 13).
Arriva Fabio Massimo, e blocca il Cartaginese senza cuore.
Ma, 2000 bovi, di notte, sulle cui corna stavano fascine accese, indirizzati in collina tengono in apprensione i Romani, ed egli, attraverso monte Maggiore e le colline di Dragoni, ricompare presso Alife e si accampa nella nostra pianura (XXII, 17).
Ci fu un principio di battaglia, ma si trattò solo di un rapido assalto di avanguardie spagnuole che inflissero perdite ai Romani. Ma ecco Fabio Massimo. E il bosco, saltus? È possibile che abbia seguito la stessa via del nemico, abbia superato un valico, poi la selva di Alife e per S. Potito e Piedimonte, sarà salito sul colle-fortezza di Cila (XXII, 18)[5].
Questo fu tutto, quanto a operazioni militari. Aggirando il Matese per Pratella, Capriati e Isernia, il nemico se ne andò verso la Puglia.
Ma il nazionalista Livio non dice che il partito popolare prevalse in Alife - come altrove -,
che la città si ribellò a Roma dandosi al Cartaginese. Questo si desume dalla punizione che Roma dette alla fine della guerra (202) a tutte le città che avevano tradito, fra cui Allifae, Trebula (Treglia), Venafrum: praefectura sine suffragio. Sudditi con cittadini, senza voto, senza eleggibilità. Da allora, per secoli, fin quasi all'Impero, tutta la nostra zona, eccetto l'eroica Telese, non ebbe diritti politici, i magistrati venivano imposti da Roma, e tutto il territorio era dello Stato, e i boschi erano sfruttati da appaltatori che pagavano all'erario. Tutte conseguenze di atti inconsulti di plebi, o di calcoli opportunistici, o di vecchio odio sannitico antiromano.  

Nell’epoca romana


Benché Roma avesse occupato queste terre dal 290 a. Cr., la latinizzazione avvenne più tardi. Cominciò all’epoca della colonia in Alife nel I secolo, e fu completata solo coll'Impero. Ancora nel 90 a. C. qui non si parlava latino ma osco.
Premetto appena un cenno sulle conseguenze locali delle guerre civili. Quando L. Cornelio Silla congedò i suoi 80.000 veterani, ognuno di essi assunse il nome Cornelius, ed ebbe un pezzo di terra. Ebbene qualcuno capitò anche nel Pedemontano.
L'attuale Madonna del Pozzo era fino al '700 Cornigliano,
Cornelianum, il nome della fattoria romana di uno di questi Cornelii, il cui nome tuttora esiste nella zona. Non certo però come vorrebbe il Trutta: non era una villa patrizia, ma semplicemente un fondo praedium, dato dietro esproprio, ad uno di questi umili ma fedeli combattenti.
Che durante l'Impero Piedimonte esistesse, sia pur come piccolo villaggio, pagus, ne abbiamo conferma da iscrizioni trovate sul posto. Tranne quella del calendario alifano trovata presso l'attuale stazione ferroviaria, esse non sono state portate qui da Alife, e ciò è ammesso anche dal Trutta e dal grande Mommsen. Vi si parla di persone diverse, al massimo di parenti come nelle lapidi 7, 8 e 11.

Proprio nell'antica Piedimonte, presso S. Maria Maggiore:

1° GERM.-DIVI AUG.-AUGUR
(mutila).
2° L. PACILL.-LABEO.
3° D.M.S.-NUMISIAE DIAE-CONIUGI.QUAE.VIXIT ANNIS.XXX.M.IIII.ET .PLOTIAE.TERTU­LAE.
Sull'altro versante del Rivo:
4° T.IULIO.DEXTRO-FILIO.DULCIS­SIMO-ADOLOS. PIENTISSIMO-QUI.VIXIT .ANN ... -MEN.V - IULIA.TATIA- NA-MATER M.P.
5° VITALI AEDIAE SERVILIAE-SERVO.VIXIT.AN. XXIV. Presso il Cimitero:
6° L. CLAETILIO L. F. Nelle campagne di Valla­ta:
7° FABIA.M.L.LEUCA-SIBI. ET-AURUNCULEO-FAUSTO-FABIAE.L.VE­NUSTAE-FABIAE ... L. PRIMAE-TESTAMENTO.
8° D.M.S.-C.FADIO.SUC­CESSO-FABIA.FELICITAS-CONIUGI.BENE-MERENTI-FECIT.
9° PLO­TIAE.P.F.-DD.
10° P. FUFICIO-P.F.POLLON...-FILIO.MEO.-GN.CLUVIO-­C.F.VIRO-HERNIA.C.F.RUFA.FECIT.H.M.H.N.S.
11° D.M.-C.FADI.FE­LERNI-VIXIT.ANNIS.DU-OBUS.MENSIB.V -DIEBUS XX-F ADIA.STEPHA-
NIA-MATER-PIENTISSIMA.
12° (mutila )M.A. ... -AEDIV ........DESTITI.C......
13° (mutila)....DIUS.M.F.BA......L.CAESARIS.AUGUSTI.
14° .........OPON-XIII.PAT.


Tranne le tre dedicatorie 1, 13 e 14, sono tutte sepolcrali, e la maggior parte è stata trovata nelle campagne di Vallata.  Anzi la stessa 3, trovata presso l'antica S. Maria, è stata portata lì in epoca posteriore, non potendo stare nell'abitato. Interessante la 10 che ci ricorda i Cluvii[6].
Non vi sono solo tombe nel Pedemontano, ma case e fattorie. Tracce se ne trovarono, e trovano, a Madonna del Pozzo, un'altra presso Toranello-Maretto (di una Iulia liberta di un Gaio), presso la stazione (di un Cassio), per la strada vecchia di Alife, in vari punti di S. Potito, ecc, Qualcuna di esse aveva il suo piccolo criptoportico. Altro edificio romano era un piccolo tempio sotto la rupe pedemontana (ov'è oggi S. Domenico), di cui è rimasta la trabeazione di triglifi e metope. Pare fosse dedicato ad Apollo, che insieme a Marte, pare fosse il dio tutelare di Piedimonte. Il Paterno ce lo ricorda: «A pié di monte, il cui bell'aere mena - e di Marte e di Febo i pregi insieme ... », e lo ricorda anche una iscrizione molto posteriore:
«Anhelos siste gressus viator ... nisi prius Marti Foeboque sacram veneraberis terram ». Stava al museo, forse rispecchia una tradizione, ma è falsa. Dall'alveo del Maretto uscirono due colonne scanalate, oggi murate nel pal. Laurenza; un interessante bassorilievo colla figura del dio Vertumnus stava presso il cancello della proprietà Ventriglia ai Pioppetelli; e qua e là è uscita numerosa altra roba.
Emerge un altorilievo trovato a S. Potito, proprietà Loffreda. Peccato sia solo un frammento, per cui è difficile inquadrarlo come parte precisa di una stele, fascia o frontone. Potrebbe essere una stele funeraria di gente nobile. Ha espressione e soprattutto movimento nella figura maschile, muscolosa e armonica. Tipica acconciatura a cipolla e panneggio mosso ha la figura femminile. L'altorilievo per !'impressionismo e il movimento è opera della decadenza romana, fra il terzo e il quinto secolo.
Dunque questa terra pedemontana, durante l’Impero aveva un suo piccolo centro ed una campagna fittamente abitata. Difficile dire se la cinta di difesa era su per giù quella medioevale o girasse anche sotto la rupe, comprendendo il tempio di Apollo (S. Domenico).
Molto interessanti nel Pedemontano erano gli acquedotti.
Quello di capo Torano era imponente. L'apertura degli archi era di m. 1,20 circa, e l'altezza dal suolo di circa 6-7 metri. Doveva apparire meravigliosa la lunghissima fila di archi lungo la valle, così slanciati e forti, e sui quali passava l'acqua del Torano che andava a dissetare la rinnovata Alife. Non sembrava possibile che un Municipio avesse potuto spender tanto. Era vigilato da un apposito magistrato eletto dal Decurionato, e sappiamo di un Marco Granio, curator aquae ducendae Allifis.
Costeggiava la destra del Torano, quasi come l'acquedotto moderno di Piedimonte, passava dov'è l'attuale chiesa di S. Maria, superava il Rivo dirigendosi alla Madonna delle Grazie per non perdere quota, di qui deviava a sinistra in una grande curva, e per l'attuale via Paterno e S. Pietro in Folliscio, s'indirizzava ad Alife, dove entrava vicino all'attuale porta Piedimonte. La conduttura era in cemento romano, cioè calce e polvere di mattoni, impermeabile e durissima
. L'interno era alto m. 1,45, e largo m. 0,75. L'epoca più probabile di costruzione sembra alla fine del primo secolo dell’impero, o al massimo al secondo. Da Capo Torano ne partiva un altro, sulla sinistra e si dirigerva a Sepicciano. Altri due, piccoli, partivano dalla sorgente del Maretto in diverse direzioni.

   
 

[

 

[1] Livio, libro VIII, cap. 35. Tutte le citazioni seguenti si riferiscono a Livio.
[2]
  Verrecchia Giuseppe: Pagine non chiare di Livio sulle guerre sannitiche, in Samnium, Gen, 1957 e segg.
[3]
1 lapide di Pied. e 2 di AliJe ci ricordano i Cluvìi, È comune il nome di famiglie che ripete il paese di origine.
[4]
Il Trutta fa derivare il nome di Miletto da mons militum, perché nelle sue fiancate settentrionali sarebbero avvenute le ritirate dei Sannniti.
[5] Non distante era il saltus avium (bosco senza vie, o degli uccelli?). Fabius quoque movit castra; transgressusque saltum super Allifas locc alto ac munito consedit. Interessa la visione dei fatti com'è trattata da Rosark Di Lello: Dal Trasimeno a Canne: Annibale nel Medio Voltumo, su Annuario 197' dell'Associazione storica del Medio Voltumo (con carte).
[6]
Tutta la campagna era abitata e continuamente vengono alla luce tombe sannitiche o più recenti a sarcofago, o a tholos in terracotta, o arcaiche a grosse pietre non combacianti. Di queste ultime una proveniente da S. Potito, si trova al museo, dono della famiglia Mattera.

             
             
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