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 Economia industriale
  Il cotonificio Egg, Berner, Cotoniere
Industria della lana
Garzerie e Tintorie
Valore della piccola industria
L’antica organizzazione del lavoro
Fabbricazione dei panni
Industria della carta
Industria della concia
Industria dei mulini e delle paste alimentari
Industria delle terrecotte
Industrie minori
L'elettricità
La S.M.E., oggi E.N.E.L.
Cotonificio Radice (Manifattura del Matese)
Conclusioni
 
Industria della lana
 

I pascoli dei monti ricchi di greggi, lo sbocco naturale del Matese, e l’abbondanza delle acque svilupparono sul posto la più antica delle nostre industrie. La lana scendeva grezza, veniva lavorata qui, e pi­gliava la via della Campania.
La prima notizia ufficiale è del ‘200. Federico II Imperatore e Re diSicilia dona in feudo, nel 1222, a Taddeo abate di S. M. di Ferrara a Vairano « ...molendinurn et balcatoriurn...» a Piedimonte: un mulino e una gualchiera. Quest’attività esisteva logicamente da prima, e casa Drengot, signora di Alife e Aversa, aveva chiamato qui l’Ordine degli Umiliati dall’Alta Italia, quasi dei preti-operai diremmo noi, e che furono anche allora sconfessati dalla Chiesa.
Essi erano venuti a perfezionare, non a creare, l’industria della lana fra noi. Non vi sono altre notizie in merito.
Quando col ‘500, iniziano i documenti dell’Università e dell’archivio Gaetani abbiamo dati precisi. E fu lo sviluppo dell’industria laniera a sviluppare ed arricchire il paese. Il lavoro si svolgeva così: Bisognava anzitutto sgrassare la lana, poi, dopo « cardata », si aveva il filo. Veniva la tessitura e, col maglio, il tessuto era assodato. Fatto il tessuto veniva la garzatura e la cimatura, la stesura dei panni o tiratura (ancora il posto si chiama Tiratoie), fino alla torcitura per stringerli. Ultime operazioni erano il « gargaglio» e il « purgolo» per purificare il tessuto e averlo perfetto. Poi si dava il colore. La lunghezza dei panni di lana era di 24 canne (m. 49,92) e l’altezza di 6 palmi, ossia mezza canna (m. 1,04). Le tinte erano: nera blu, grigia, marrone, rossa, verde. I tipi erano ordinario, sottofino, londrino, pelongino, fino, strafino.

Garzerie e Tintorie

Servivano a levare il pelo, a pettinare i tessuti, e ve ne erano due presso S. Rocco, che allora poteva ben dirsi il piccolo quartiere industriale.
­Antica tintoria Gaetani presso S. Rocco in sei vani con caldaie, recipienti e vasche. Su questa parte del lavoro non c’era privativa. Perciò i proprietari non furono solo i Gaetani, ma nel ‘700 anche gli Onoratelli a Via S. Rocco. Il duca Alfonso ne aveva comprate alcune dal Di Ruggiero (1634), e un’altra a metà dal Del Vecchio. A principio dell’800, oltre i Gaetani ne possedevano Buiani, Gagliani, Onoratelli, Ragucci e Sepe.
Al Purgolo infine si faceva l’ultimo sgrassamento dei panni che così erano pronti per la vendita. Lavoro quasi completo si aveva poi in piccoli opifici in proprietà o in uso a varie persone o enti. E’ che nell’ultimo ‘700 era stata ancor più perfezionata la lavorazione, e molte vecchie carderie e valcarie erano state soppresse e riunite. Ne avevano uno piccolissimo i Cappuccini. Smesso nel 1778, fu ripristinato nel 1814 nel convento lasciato dai frati. Ma anche stavolta durò poco. Erano dei belgi Reul e Poissonier cui si unì il duca Gaetani. Un bel lanificio proprietà Gaetani era dell’ultimo ‘700. Gli ultimi fittuari furono tutti stranieri: L. Dalgas (1833)[1], Loeffler e Kreutz (1841), Giov. Valgas 184..), Giov. Brunn (1852), Hengel e Cunj (1855). Nel 1857 troviamo, solo il nome, della fabbrica Gunny Girard. Al ‘60, soppressi di colpo tutti i dazi protettivi, tutta l’antica piccola industria piedimontese crollò. Il duca Onorato Gaetani e i suoi parenti in poco tempo, non potendo più reggere alla concorrenza, e non avendo enormi capitali per rimodernare, fecero cessare il lavoro. Ultimo a mantenersi fu il lanificio Colella a Via S. Rocco presso il ponte, e quello del Conservatorio a Piazza S. Sebastiano, ultima industria dei Gaetani, dimessa 1900. In quell’edificio funzionava fra il 1820-43 la fabbrica di castorini diretta da Giovanni Le Brun.

[1]
"Quanto poi a' tessuti di cotone stampato, diverse fabbriche hanno esposto i loro prodotti in questa gara industriale; e poss'amo attestare che per questo articolo fassi tra noi quanto di più bello, e di più squisito fanno gli stranieri: con una differenza pertanto, che i nostri tessuti di cotone stampato larghi da palmi 3 sino a palmi 5 pagansi da grana 3o a carlini dieci per ogni otto palmi, e i tessuti stranieri della medesima larghezza si comperano quasi per gli stessi prezzi de' nostri. In fatti pregevolissimi per ogni riguardo ci sembrano questi tessuti stampati per mobili della fabbrica del sig. Luigi Dalgas in Piedimonte d'Alife; larghi palmi quattro e mezzo, ed al prezzo di carlini dieci la canna decimale, sonosi resi un genere di grande importanza" (Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, Vol. XXXIV, Napoli 1844);
(N.° 2174) Decreto che accorda la facoltà della bollazione per le manifatture di cotone, seta e lino stabilite in Piedimonte di Àlife in Terra di lavoro, ed appartenenti a Luigi Dalgas: il detto bollo sarà apposto con fili di seta, ed avrà dalla parte convessa l'emblema del cavallo sfrenato, e dalla parte concava nel primo giro avrà la leggenda, Regio fondaco di privativa di Piedimonte d'Alife; nel secondo giro, Fabbrica di tessuti di cotone, seta e lino; e nel mezzo, di Luigi Dalgas. ( Napoli, 10 Maggio 1834)

Valore della piccola industria
 

Benché fatta con metodi tradizionali l’industria laniera aveva dato a Piedimonte benessere e decoro. Non paragoneremo il tenore di vita dei nostri lavoratori di 300 anni or sono con quello di un operaio specializzato di oggi, di una grande fabbrica. Pure, siccome i bisogni erano più limitati (si pensava in fondo a mangiar bene e a vestirsi, non si viaggiava, né si spendeva per la stampa, i divertimenti o l’educazione dei figli), si può dedurre che si stava bene. Dal catasto onciario del 1754 si ricava che su 9.000 piedimontesi, uno stava in galera, e tre — vivevano di elemosina.
Il prodotto laniero allora non è stato calcolato. E in verità era molto fluttuante. Solo dello «strafino rosso », con cui si vestivano le ciurme delle galee spagnuole e poi austriache di base nel Regno, si vendevano al Governo 2000 canne l’anno (m. 4160).
Ma non è possibile nemmeno supporre quanto se ne vendesse ai rivenditori, o quanto se ne smerciasse direttamente nelle fiere. Verso metà ‘600 la richiesta aumentò improvvisamente (Pied. si trovava in un ambiente vergine che si mantenne tale per un secolo), e si lavorò anche di domenica. Lo permise Papa Alessandro VII, il 4 luglio 1661. E pare che il duca Alfonso avesse chiamato qui tecnici olandesi e fiamminghi. Lo afferma Pacichelli nel Regno di Napoli in prospettiva a pag. 150. La notorietà aveva fatto effetto. Verso il 1740 famiglie piedimontesi di lanaioli emigrate nello Stato pontificio, avevano perifionato l’arte della lana a Perugia, Rieti, Subiaco ecc..

L’antica organizzazione del lavoro
 

Lavoro e produzione erano regolati dalle corporazioni. Ve n’erano parecchie, ma la più importante era quella della lana. Gli Statuti medioevali si sono perduti, e ci resta notizia di quelli rifatti nel 1630 e nel 1787. Erano lanaioli a Pied. circa 400 persone fra maestri e compagni, senza contare gli apprendisti e i facchini o « vastasi », che pure vivevano in qualche modo con quel lavoro. Ogni parte del lavoro aveva i suoi specializzati. Rigide disposizioni regolavano le ammissioni.  L’espulsione poteva esser data per incapacità nel lavoro e per immoralità.
A capo erano due consoli, eletti dagli operai — ricorrono i nomi De Angelis, De Stefano, Natalizio —, ed erano assai severi nel controllare misure e qualità. Solo essi possedevano il bollo e la canna. Su essa, di bronzo, venivano confrontate quelle dei mercanti. Di fronte a questo sindacato operaio, c’erano i proprietari. Sia gli armenti di Ma­tese che le fabbriche erano in mano dei duchi, ma alcuni nomi della borghesia locale non erano da meno; Buiani, D’Orsi, lannucci, Sepe. A fine ‘600 c’erano, solo nel feudo, 12.000 pecore, ma molta era la materia prima che si comprava nel Molise.

Fabbricazione dei panni
 

S’era sviluppata pure, fin dal ‘400, l’industria della tela, di canapa e poi del lino. La materia prima, coltivata nelle canapine, dette « cannavine », non era sufficiente, e veniva importata da Terra di Lavoro.
Anche il lino era coltivato qui e lo si tesseva molto bene. I telai erano a mano, e ogni casa ne aveva uno. Cosicché era caratteristico sentire un ticchettio continuato. Migliaia e migliaia di ragazze hanno per se­coli confezionato in casa il corredo nuziale, a cinque capi « panni ‘a cincu » per i più poveri, e addirittura imponente per i ricchi. E lo preparavano un po’ ogni giorno, durante tutta l’adolescenza.
Altri due consoli erano a capo di questa corporazione artigiana che, attiva e audace, conquistava il mercato della capitale coi grandi magazzini aperti dal duca Alfonso. Il tessuto era resistente e perfetto, e perciò ricercato.
Trattando di Piedimonte nel Dizionario corografico del regno di Napoli (1858), a proposito della lavorazione del lino, si dice: « Qui vi si incominciò per la prima volta nel regno a perfezionare il modo di filare i lini, alla cui testa si pose un abilissimo mercatante della patria industria benemeritissimo, essendosi raccolta in grandi fabbriche una colonia di operai ». L’inizio della coltivazione e della lavorazione va portato al primo ‘600.

Industria della carta
 

La prima fabbrica di carta a Pied. risale al ‘500, ed era dei Gaetani.
Non se ne sa la prima ubicazione, ma nel ‘600, sviluppatosi ormai il paese, si trovava presso il ponte di Toranello, in un vico stretto detto appunto della cartiera, ove stava il saponificio Consales. Aveva tutta l’attrezzatura per 18 qualità di carta, di cui la maggior parte colla fi­ligrana. Ogni foglio veniva sospeso ad asciugare, da ciò la necessità degli spanditoi. Cessò nel primo ‘800.
Nel 1840 Domenico Martino venne da Isola del Liri, centro di produzione cartaria e nel 1861 fondò la sua cartiera sull’isola del Torano (il Torano aveva un isola naturale separata da due bracci d’acqua). La cartiera per la serietà della lavorazione si creò bel nome, e la sua carta-paglia fu largamente esportata. I figli Luigi, Enrico e Giovanni continuarono l’opera paterna. Nel 1928 si costituì una società che mantenne logicamente il nome, ma rinnovò ed ingrandì la industria. La produzione di carta-paglia e carta e carta da imballaggio, potè così raggiungere i 40 ql. al giorno. Ma intanto per spese eccessive la Società nel 1959 falliva, e l’industria fu comprata dai pronipoti del fondatore, Luigi e Bice Martino, il 14 ottobre ‘59. Fu affidata agli operai che avevano formato una cooperativa « Labor », erano 32. Col macchinario rinnovato, la cartiera più antica attendeva di ripigliare il lavoro, cosa che non è mai più avvenuta e tutti i macchinari sono stati venduti o abbandonati.
Enrico Martino e suo cugino Giacinto, quando il lanificio Gaetani cessò la lavorazione, fondarono nel vasto locale presso la Polveriera un’altra cartiera che però non prosperò. Venduta a un Degni, da questi passò in proprietà del Credito Ticinese, e all’ing. Bonghi. Non è stata più riattivata.

Industria della concia
 

Se vi era lana, vi erano anche le pelli. Da ciò a Pied. un’antichis­sima industria conciaria. E se è vero che le prime notizie sono del ‘500, non significa logicamente che tale attività sia nata allora. Del 1559 è la prima notizia di una conceria, fatta in modo che vi affluisse l’acqua del Torano.
E del ‘600 la conceria Monte. Quando fu composto il Catasto, i conciatori o vajari erano 7. Nel primo ‘800 un francese Poirat, modernizzò questo lavoro e, durante il secolo, fin verso il 1930 i fratelli Vastano lo continuarono al ponte di S. Rocco.

Industria dei mulini e delle paste alimentari
 

Nella concessione di Federico II del 1222 all’abate di Vairano era compreso un molendinum Torani. Nel ‘500 si sa l’esistenza di tre mulini, tutti di proprietà di casa Gaetani. Nel 1806 e seguenti, abolita ogni forma di privativa, si ebbero mulini di altri, quali di De Benedictis nel 1808 alla Chiusa, passato a Del Giudice e dall’ 8 novembre 1889 al Comune.
Quanto alle paste alimentari, era un’attività casalinga, dal com­mercio ridottissimo. Perciò nell’Onciario 1754, vi sono solo due fabbri­canti di paste. Nel 1886 fu creato un pastificio da Antonio Gaetani, poi passato in proprietà Nasti. Il pastificio cessò dalla lavorazione nel 1923.

Industria delle terrecotte
 

L’attività figulina è da noi senz’altro preistorica. Tale lavoro s’è indubbiamente mantenuto attraverso tutti i secoli. Le piccole fabbriche di tegoli o coppi, nel basso latino pincernae, hanno dato le pincère. Per le tombe fin verso l’VIII sec., vi erano ditte che fabbricavano speciali mattoni di gran dimensioni e con risvolto, sormontati da canaletti rotondi adatti a ricoprire le tombe. Una ceramica artistica si è sviluppata, per quel che sappiamo finora, molto tardi. In questi ultimi anni si sta riscoprendo la lavorazione artistica sia ceramica che delle terrecotte in genere con la presenza di alcune botteghe cittadine del settore.

Industrie minori
 

Notevole è a Pied. l’attività tipografica ed è anch’essa dimostra­zione della sua funzione direttiva.
Non è chiara l’allusione di una cronaca del 1843 a una « stamparia del Musellino » presso la cartiera (vicina alla stazione ferroviaria). Non si trova alcuna edizione. Verso il 1870 lavorava la piccola stamperia Colitti.
Ricordiamo la stamperia Bastone messa su da Silvio Bastone, nel 1870, passata poi ai Bianchi, ma smessa nel 1929. E’ del 1919 la Tip. Di Matteo alla Stazione, dal 1928 proprietà Grillo col titolo di « Mo­derna », e del 1921 la «Bodoniana » proprietà Di Matteo, dapprima al Vicolo I di Piazza Roma e poi a Via Aldo Moro, definitivamente chiusa nel 2004. Ad esse si è aggiunta la Tip. Rossi nel 1963, dal 1979 passata a D’Onofrio-Stifani, che adesso opera in Via San Rocco.
Tipicamente piedimontese è l’industria delle coperte imbottite, di cui se ne smerciavano 30.000 annue. Oggi è scomparsa del tutto.
La fabbrica di ghiaccio (1922), già Soc. SIAGA, poteva produrre fino a 20 Ql. di ghiaccio al giorno.
Ha funzionato dal 1906 la fabbrica di sapone e cera, proprietà Consales, al Vico Cartiera. E’ cessata nel 1944.
Nel dopoguerra si sono aggiunte piccole fabbriche di aranciate e distillazione di liquori, anch’esse dimesse.
Hanno mantenuto alto il nome i lavoratori del rame Sessa e Quintavalle. Una ripresa delle tradizioni laniere di Pied. aveva dato M. d’Am­brosa col lanificio “Maxim”, iniziato nel 1973, ma chiuso dopo appena qualche anno.
C’è infine da ricordare la polvere pirica. I Gaetani avevano la polveriera, un edificio rotondo al largo omonimo, oggi piazza Stazione. Bisogna arrivare verso la fine del 1950 per vedere sulla scena piedimontese un maestro dell'arte pirotecnica, il cav. Umberto Mancini ed i suoi figli. La loro attività cesserà alla fine degli anni '90 per dare posto alla nuova Italpirotecnica.

L'elettricità
 

Premesso che nel 1865 si passò dai fanali a olio, a quelli a scisto, e cioè a petrolio, ricorderemo che il primo impianto elettrico in Pied. fu attuato dal Berner nel 1898 per la sua fabbrica, ed esteso anche alle vie adiacenti.
Nel 1906 il Comune volle la sua cabina alla Chiusa, colla cui energia illuminò Piedimonte. Cessarono allora i lampioni, e il carat­teristico lampionaro che, munito di canna e stoppino, girava per il paese al crepuscolo.
Naturalmente la potenza della cabina, la prima logicamente del circondario, era limitata a 100 Kw., e si avvertivano gli sbalzi di corrente quando cessavano determinate funzioni e il cinema stesso. Il 19 agosto 1906 Pied. fu illuminata elettricamente. Fu un momento indimenticabile. Razzi e granate salutarono la luce voluta dall’Amministrazione ­Della Villa, e furono lanciati aerostati. Si ebbe per due sere un Gran Cafè Chantant e per la prima volta ci fu la rappresentanzione cinematografica: la corrida Reale a Siviglia, e la  scena comicissima: “La purga a papà”.
Questo primo impianto risultava di 180 lampade incandescenti 40 da 30 candele, 40 da 24 e 100 da 16. Al Mercato 10 lampade ad arco da 800, 360 per illuminazione privata da 16 a 24 candele. Per tanta luce ci voleva una forza effettiva di 60 HP, e di conseguenza una caduta d’acqua di m. 3,70 di.  l. 1.400. Così si poteva aver il rendimento di una buona turbina di 72 HP.

La S.M.E., oggi E.N.E.L.
 

Questa colossale società, fondata nel 1899 a Napoli, comprò ne 1906 dal Credito ticinese tutti i diritti e possessi che aveva dalle nostre parti, fra cui il lago Matese. Fatti fare studi sul regime delle acque sulla natura del terreno, fece iniziare i lavori nel 1919. I 200 operai venivano diretti dall’ing. Rota. La grande industria idroelettrica era pronta nell’aprile ‘23, ed era costata sui 50 milioni. Colle dighe che hanno isolato gli inghiottitoi del lago Matese, il volume delle acque poté raggiungere mc. 14.875.000. Esse venivano così trattenute nell’alveo, e smaltite attraverso una condotta forzata così composta:
1) Galleria forzata sotto il M. Raspato nel calcare, rivestita ci cemento e calcestruzzo, lunga m. 2500, con sezione di circa m. 2x2: che poté portare fino a mc. 6”. Una presa di acqua è al suo principio con griglie e paratoie sul lago (m. 1007), e una torre piezometrica alla sua fine (m. 990). E una galleria di riposo.
2) Primo salto da m. 990 a 500 (gradinata di 2000 scalini). Sono due tubi con diametro decrescente (da 1,20 a 0,85). Può portare fino a mc. 6”.
3) Centrale del 1° salto. Ha 3 gruppi idrovori colla potenza 7300 HP ognuno, il terzo di 13.500 HP. Le turbine sono del tipo Pelton: gli alternatori sono trifasi a 10.000 Volt, della potenza di 7000 KVA ciascuno. Il terzo gruppo di alternatori è stato prodotto dalle 0ff. OCREN di Napoli.
4) Canale derivatore del 1° salto per Serretelle e Cila, in galleria sotto il Cila. Vi continua l’acqua della prima centrale. E’ lungo km. 3 ed ha una portata di mc. 6”. L’energia è portata su una linea trifase a 60.000 KV.
5) Bacino di compenso e camera di carico allo sbocco del canale sul Cila. Può contenere mc. 15.000 di acqua ed ha uno specchio di 3800 mq. Serve a permettere l’indipendenza di regime della centrale del 1° salto, rispetto a quella del 2° per 30’.
6) Condotta forzata del secondo salto: 3 tubi con diametro decre­scente (da 1,20 a 0,90). Il dislivello va da m. 527 a m. 176. Gradinata di 900 scalini. I cavi del 1° salto scendevano a Piedimonte interrati sotto la condotta.
7) Centrale del 2° salto. Completamente ricostruita dopo l’otto­bre ‘43 nella stessa zona e fin dal marzo ‘47. Già funzionava nell’aprile ‘48, ma con nuovi punti di vista, come ad esempio la sistemazione all’aperto dei trasformatori, nel ’49. La sala macchine con l’edificio per i servizi ausiliari ha l’area di 860 mq. I due gruppi generatori sono costituiti ognuno da una turbina Pelton a due giranti accoppiati da un alterna­tore centrale. La tensione prodotta viene trasformata da 10 a 60 KV. ed è immessa nelle due linee per Frattamaggiore lunghe Km. 70, e sulle due linee per Benevento lunghe Km. 50.
A Piedimonte, nel quadro all’aperto, arriva una linea della cen­trale del Lete a 60 KV. ed una dalla centrale Aventino a 80 KV e quest’ultima è trasformata a 60 e passata sulle barre. Arriva anche quella dello Stato, su cui la Sagittario, a 80 KV. Per sei linee locali (Piedimonte, 1° Salto. Cotoniere, Alvignano, Cerreto, S. Angelo) la tensione viene abbassata.
Quest’impianto è di grande importanza e viene visitato e studiato da tecnici anche stranieri.
L’erogazione dell’energia, seguendo l’appartenenza di Piedimonte a Benevento o a Caserta, è stata eseguita dalla Soc. Sannio, poi dalla Soc. S.E.D.A.C. Campania. Da quanto la S.M.E. è passata all’E.N.E.L. dipende dalla centrale di Sessa Aurunca.
Oggi la centrale è stata in parte smantellata e ridotto il personale a poche unità poiché il tutto viene telecomandato dalla centrale di Presenzano.

  Cotonificio Radice (Manifattura del Matese)
 

Su iniziativa del conte Antonio Gaetani, la Ditta milanese « Figli di Luigi Radice> decise nel 1955 d’impiantare a Piedimonte una fabbrica di cucirini. Il Comune offrì un contributo di L. 2.500.000 per l’acquisto del terreno. Concesse l’esenzione per un decennio da tasse e imposte comunali, e la concessione gratuita di acqua potabile.
La Cassa per il Mezzogiorno dette un finanziamento pari al 54% del fabbisogno. Il cotonificio fu inaugurato il 15 Maggio 1955.
Al 1° gennaio ‘56 aveva 156 operai, che poi hanno raggiunto, negli anni, una quota massima di circa 700. Ha avuto 8000 fusi Ring nonché la ritorcitura dei filati. L’Azienda ha curato l’assistenza dopolavoristica con un Circolo Aziendale con biblioteca, ha sponsorizzato la locale squadra di calcio ed ha pubblicato a tratti anche il notiziario «Tre Stelle ».
La crisi industriale ed il mancato ammodernamento dei macchinari hanno fatto si che quest’altra bella realtà industriale cessasse di vivere verso la metà degli anni ’90.

 Conclusioni
 

In questi ultimi anni Piedimonte ha perso quasi del tutto la sua realtà di piccola cittadina industriale che l’aveva vista fiorente tra l’800 ed il ‘900. Molti sono i motivi che hanno portato a questo stato di fatto. Tra i tanti, forse il più rilevante è stato quello della mancanza di una forte espressione politica del luogo. Il tentativo di rilanciare Piedimonte turisticamente nei primi anni settanta si è ridotto al solo cambiamento del suo nome da Piedimonte d’Alife a Piedimonte Matese, di fatto nulla si è concretizzato affinché questa cittadina almeno avviasse il suo discorso economico in tal senso.
La realtà economica di oggi è limitata al solo terziario, soprattutto a quello dei servizi. Ma, per i motivi di cui sopra, anche questa prospettiva sembra accusare una fase di declino. Quale sarà il futuro economico di Piedimonte Matese?