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Assedio e distruzione

Il cardinale Vitelleschi, patriarca titolare di Alessandria, generale dei pontefici, agiva per conto di Eugenio IV a favore di Renato, ultimo di Casa d'Angiò, contro Re Alfonso I che dalla Sicilia aveva occupato il regno.
Alife si arrese subito, e fu risparmiata. Piedimonte invece, forte della sua posizione e incoraggiata per la presenza del suo signore, Cristoforo Gaetani, resisté parecchio. Arresasi in basso, popolazione, combattenti e barone si asserragliarono in alto. Ma il castello si dovette arrendere e, per la rabbia, il Vitelleschi ne ordinò l'abbattimento, tanto ci aveva stentato. Cristoforo Gaetani si salvò sulle montagne.

Prima inondazione
La prima inondazione gravissima di Piedimonte bassa è riportata dal Summonte nella Storia del regno di Napoli (to. IV, li. XII, pag. 427), secondo il quale ci furono sui 400 morti in tutta la zona. Era il 1° ottobre 1581.
Congiura dei baroni

Contro le imposte, decretate da Re Ferdinando I, i signori del regno reagirono ribellandosi in massa. Rimasero col Re tre soli signori: i conti di Taranto, Melfi e Fondi (Onorato Gaetani). Quando fu chiaro che papa Innocenzo VIII aizzava i baroni, s'unirono al Re Milano e Firenze.
Onorato si chiuse nei suoi fortilizi piedimontesi. Ed ecco sul posto l'esercito baronale. Siamo nei primi mesi del 1460, pare in maggio.
Proposte tentatrici andarono a vuoto e i piedimontesi lasciarono un bel nome di popolo fedele e coraggioso (....seppure disposto a pagare maggiori tasse). Resisté Piedimonte bassa e il castello in alto. L'esercito, infuriato ed irritato, devastò la vallata e la piana di Piedimonte. Era anche una vendetta voluta dal ribelle Marzano per il saccheggio precedente di Alife da parte dei piedimontesi.
Ma la resistenza di Onorato a Piedimonte era dovuta non a disinteressata fedeltà al Re, ma al fatto che aveva avuto poco...... Il principe di Rossano gli aveva fatto capire che per Traetto (oggi Minturno) e tutte le terre presso la foce del Garigliano, già feudo dei Gaetani, c'era niente da fare. Servivano a lui. Questi gran signori di ligi vassalli avevano solo il nome. Facevano i loro conti: a te questo, a me questo. Gli scontenti del baratto levavano una bandiera avversa. Pare che il difetto non sia finito, ma che anzi si sia.....democratizzato.

La peste

La peste del 1656 fu una calamità spaventosa. introdotta in Maggio dai soldati spagnoli fece morire un milione di persone in tutto il reame (secondo altre fonti la cifra si riduce alla metà).
In Piedimonte e nei piccoli borghi metà della popolazione rimase distrutta, qualcosa come 4.500 morti! Ogni ricostruzione è inutile di fronte alle cifre, eloquenti per se stesse. Da Piedimonte molti appestati erano portati a Castello, dove si pensava che l'aria pura avesse portato giovamento.

Seconda inondazione

Il 26 settembre 1728 altra alluvione rovinosa. Protagonista, il Rivo.
Il vallone Paterno si alzò di 14 palmi. Fu a parecchie ondate e nella chiesa del Carmine l'acqua superò gli altari. All'alba, sotto l'acqua si organizzò la processione di San Marcellino, e si ebbe il sereno improvviso. In quella notte di orrore:

<<.....formano pianti e grida, urli e lamenti
un indistinto suono e fa maggiore
lo spettacolo orrendo i suoi spaventi
>>.

Così uno degli Arcadi descrive la disperazione di Piedimonte. Ci furono due carcerati fucilati mentre tentavano la fuga, e alcuni annegati. I danni furono tanto gravi, stando alla cronaca del Not. Alessandro di Franza di Dragoni.

Carlo di Borbone a Piedimonte

Parentesi lieta a tanti lutti la venuta a Piedimonte dell'infante Carlo di Borbone. L'unico esercito che non abbia fatto danno (rovinò solo la strada dei pioppi), fu questo, composto da 12.000 Spagnoli.
Dopo la battaglia di Bitonto, vittoriosa per le armi borboniche, gli Austriaci lasciarono il regno di Napoli e l'Infante Don Carlo occupò rapidamente il Regno proveniente dalla Puglia.
Da San Germano, e per la scafa di Raviscanina, il giovane ed intelligente conquistatore giunse a Piedimonte il 6 aprile 1734, ricevuto festosamente nel rinnovato Palazzo ducale dal vecchio duca Nicolò che, colla fine del Vicereame e la dinastia sul posto, vedeva la rinascita della Patria. Don Nicolò, all'ingresso attuale di palazzo ducale, fece la genuflessione, e con quest'atto lo considerò proprio sovrano (esponendosi alla pena di morte se a Bitonto avessero vinto gli Austriaci). Dopo l'abate-feudatario di Montecassino, che a San Germano aveva compiuto il gesto per primo, don Nicolò fu considerato a corte, come il secondo barone del reame.
Mentre l'esercito si accampava lungo la via dei Pioppi, il conquistatore presiedeva a palazzo ducale un consiglio di guerra col duca di Castropignano. Ed ecco l'arrivo di un'ambasceria della fedelissima città di Napoli. Gli eletti lo vogliono nella capitale per il riconoscimento ufficiale. Questo fatto è sfuggito a tutti: il primo riconoscimento de facto della dinastia borbonica è avvenuto a Piedimonte. Il principe partì il 7, festosamente acclamato. Il Trutta ricorda con entusiasmo l'avvenimento. Il letto in cui dormì l'infante di Spagna fu conservato dai Gaetani fino al 1943, quando rimase distrutto dall'incendio del palazzo.

Terza inondazione

Il 20 novembre 1778 una nuova alluvione. Si scatenarono Vallone e Rivo. Distrutto il muraglione del 1775 Vallata fu inondata, e la gente atterrita riparò ai piani superiori delle case. Anche stavolta il povero convento del Carmine fu invaso e l'acqua raggiunse in chiesa i due metri. Il Rivo riempì l'androne sotto il palazzo vescovile e si riversò per San Domenico. Attraverso la stalla, penetrò nel convento domenicano. I morti furono tre, e le perdite furono gravi, anche ad Alife.

L'invasione francese e il saccheggio

Il regno di Napoli era entrato nella prima coalizione contro la Francia, non solo, ma nel 1798 l'esercito borbonico aveva occupato Roma sia per sostegno al papa, che per garanzia ai suoi confini.
L'esercito francese invase il Regno. Re Ferdinando s'imbarcò per Palermo e a Napoli Championnet e Macdonald proclamarono la repubblica Partenopea, superando con grande sforzo la disperata resistenza dei "lazzari".
Appoggiarono gli invasori e aderirono alla repubblica "partenopea" alcuni esponenti della nobiltà e della borghesia, e perfino ecclesiastici. Quelli provenivano dall'Illuminismo, questi dal Giansenismo. Coi francesi tornarono a Napoli anche alcuni fuorusciti, e fra essi c'era il nostro Ercole d'Agnese.
A Piedimonte i francesi comparvero il 7 gennaio 1799, comandati dal generale Le Moyne. La popolazione apertamente borbonica si era armata, ed essi, portatori di libertà, uguaglianza e fratellanza, imposero subito per "castigo" una taglia immediata di 2.000 ducati da pagarsi insieme a Castello e San Gregorio, oltre al vettovagliamento. Scoppiò subito la sommossa - l'8 gennaio - a Vallata. Campane a martello e fucilate dalle finestre e assalto in tre colonne al quartiere francese. Ma era quello che voleva l'esercito "liberatore", che si abbandonò al saccheggio e alle violenze più schifose nelle case. Avvenne tutto in un momento. La popolazione abbandonò in massa il paese, rifugiandosi sulle montagne piene di neve. I monasteri femminili furono lasciati nottetempo dalle monache e da quello di S. Salvatore, subito presidiato, le monache fuggirono dopo aver fatto un buco nel muro. Ne rimase una mezza paralitica, che fu uccisa con una sciabolata dalla soldataglia.....delusa. Il vescovo Gentile dovette rifugiarsi anch'egli a Napoli. E intanto a Piedimonte la soldataglia si presentava armata in S. Maria intimando: "Argent, argent!". Tutta l'argenteria - 12 calici, incensieri, lampade, campanelli, cartegloria - fu portata via. Fu tolta la testa d'argento della statua di S. Felice mart., e le reliquie, che vi erano custodite, furono frantumate sotto gli stivali dei ladri francesi. Le ostie consacrate erano gettate a bella posta. Anche i paramenti furono portati via e servirono a improvvisati e irriverenti tripudi. Come,in mezzo a tutto quest'assalto si sia salvato S. Marrcellino, non si sa. Certo, seppe di straordinario, poiché tutto fu tolto. Il Monte dei pegni, con lavoro assiduo di oltre 150 anni messo su dai confratelli del Rosario, fu svaligiato in un baleno dei pegni di oro e di argento. Nel palazzo vescovile lasciarono niente, dice il vescovo Gentile nella relazione ad sacra limina, neanche lo spiedo del focolare, ne veru quidem relicto. Naturalmente le perdite più forti l'ebbe il duca Gaetani. Il duca vecchio, D. Nicola, aveva seguito il Re a Palermo, e a Napoli, la duchessa, con dieci figli, sapeva dal credenziere Ragucci quel che era successo.: la farina, l'olio, mobili e oggetti d'arte rubati, le piccole e fruttuose industrie devastate, i depositi della dogana alla mercé dei soldati..... Molti furono feriti dalle fucilate mentre fuggivano. Ben 14 civili furono uccisi. Ma anche i francesi ci lasciarono la pelle. Finalmente, dopo cinque giorni di delinquenza, la truppa fu richiamata a un pò d'ordine, e Le Moyne fece menar bandi, perché tutti tornassero in paese. Uscirono dalla soffitta della chiesa S. Francesco tutte le ragazze che v'erano rinchiuse. La popolazione tornò per forza, dato il rigido inverno e visse mesi sotto la paura.
Il Governatore di Piedimonte, fedele al Sovrano, fu espulso dalla città, e la sbirraglia, tramite i due spauriti sindaci Paterno e Pscale, eletti nel dicembre del 1798, guazzava, mentre i nostri soffrivano la fame e il freddo. I soliti malcontenti ed arrivisti furono valorizzati. Governatori, sindaci ed eletti furono imposti da Le Moyne in una "Municipalità" con a capo logicamente il fratello del d'Agnese, Domenico, e alla Crocevia, al Mercato, e all'Annunziata fu piantato l'albero della Libertà: una mazza con un beretto frigio sopra i nastri. Quattro mesi dopo tutto questo sconquasso, comparve Ercole d'Agnese.
(cronaca dei fatti in un manoscritto d'epoca)

Invasione franco-austriaca

Nel gennaio 1806 l'invasione francese si ripeté, stavolta monarchica, e durò nove anni.
Dopo sedici ani si ebbero di nuovo momenti critici, e stavolta per fortuna furono evitate scene penose alla nostra città. Murat era stato mandato via, e i suoi sbandati cercavano rifugio predando.
A Piedimonte il settembre 1814 arrivò la notizia che una banda di circa 700 di questi disperati si stava avvicinando a Gioia, e, per la verità, lo spavento fu grande. Il più minacciato era Egg che organizzò però subito la difesa. Armò i suoi svizzeri, e siccome i fucili non bastavano, dette a 30 dei più forti, le clave di ferro, arma nazionale elvetica tradizionale.
La notizia si diffuse subito. La nostra popolazione s'era armata anch'essa e aspettava l'assalto..
Senonché i muratiani, o briganti che fossero, mutarono itinerario.
Andati via i muratiani, arrivarono 100 austriaci, venuti apposta per scacciare quelli. Requisivano bovini, vollero denaro dal Comune, ma in compenso non molestarono nessuno. Anzi gli svizzeri, operai di Egg, fecero da interpreti, e ci fu quasi un buon accordo colla popolazione che vedeva in essi i difensori dell'ordine.
S'erano accasermati al cotonificio e il sindaco De Benedictis dette in 15 giorni quello che volevano.

"La Legione del Matese" e l'occupazione di Piedimonte

Dopo che si era costituita a Piedimonte una legione garibaldina denominata "La Legione del Matese" (nell'agosto 1860 il comitato centrale dell'organizzazione dell'Ordine e dell'Unità inviò l'abruzzese Giuseppe De Blasiis in Terra di Lavoro e gli conferì, col grado di maggiore, il comando della "Legione del Matese" formata da B. Caso) eccoci arrivati alla sera del 22 settembre 1860 quando la colonna garibaldina guidata dall'ungherese Csudafy organizza la difesa contro il rinato esercito borbonico, che dopo aver ripreso ed incendiato Caiazzo  si appresta ad arrivare a Piedimonte. 
Infatti
il Brigadiere Von Mechel ebbe ordine dal Ten.Generale Ritucci, il 23 Settembre, dietro disposizione Sovrana dello stesso giorno, di muovere colla sua Brigata estera da Caiazzo per marciare il 24 ad Alvignano per poi attaccare il 25 i Garibaldini in Piedimonte di Alife, prima del giorno, coadiuvato dal Colonnello Ruiz con un'altra Brigata di frazioni napoletane.
"E' intenzione di S.M. che dopo l'attacco di Piedimonte d'Alife..., Ella..., dopo non più che un giorno di riposo alle sue truppe, con tutta la Colonna di suo Comando, comprese le Truppe di Ruiz, e con le debite prevenzioni prenda la volta di S. Potito, Trivio, Casale di Faicchio, Amorosi, Ducenta, Valle e pei Ponti della Valle piomberà alle spalle di Caserta, impadronirsene, spingersi sulla strada di S. Maria per giungervi alle spalle, mentre una divisone che uscirebbe da Capua l'attaccherebbe di fronte e dal fianco per S. Tammaro."

Csudafy organizzò la difesa con avamposti all'Epitaffio, presso la Porta Ferdinandea (Vallata), e sulla collinetta al ponte di Sepicciano, e accendendo fuochi da M. Stufo alle colline di Sepicciano. Ma il 23 settembre, precipitando ormai le cose, le Camicie rosse si ridussero in città, barricando tutte le entrate, e specialmente Palombara e Porta Ferdinandea. I Regi arrivavano da Caiazzo!
Csudafy, impegnato nei pressi di Roccaromana, teneva Piedimonte d'Alife con un forte distaccamento garibaldino. Secondo quanto riporta lo storico B. Cognetti, "Csudafy non si sentiva sicuro in questa città, essendo continuamente minacciato dalla popolazione quasi tutta appartenente al partito borbonico», come confessa lo stesso Rustow, Capo dello Stato Maggiore di Garibaldi." Senza sapere che i governanti locali avevano già inviato un solenne proclama di sottomissione all'Invittissimo Giuseppe Garibaldi, in data 9 settembre 1860 (
Atti del Governo estratti dal giornale officiale di Napoli, 7-10 settembre 1860), tant'é che i garibaldini nell'entrare in Piedimonte non avevano trovato alcuna resistenza. Ma ora il popolo piedimontese, sapendo dell'arrivo dell'esercito borbonico, cominciò a tumultuare contro i garibaldini, e i liberali perdettero la testa. Pertusio urlava che era inutile resistere, ed era meglio che Csudafy se ne andasse. Su questo premeva anche il vescovo Di Giacomo[1] e tutti gli esponenti borbonici. Ma subito! I Regi stavano alla scafa del Volturno (oggi Ponte Margherita).
Così la notte tra il 24 e 25 settembre il magg. Csudafy, bloccato a Roccaromana dai regi ecircondato da forze superiori, abbandonò Piedimonte e ripiegò precipitosamente verso Amorosi; svanita l'impellente necessità di scacciare i garibaldini da Piedimonte prima d'intraprendere qualsiasi azione offensiva, il 26 il maresciallo Ritucci modificò in parte lordine del giorno precedente e ordinò al brigadiere Von Mechel d'attuare celermente il disarmo a Piedimonte con il magg. Aloisio Migy (2° battaglione Carabinieri) che, poi, avrebbe dovuto ritornare "subito verso Cajazzo, unendosi al resto della brigata con l'intera Colonna, ecc....".
In realtà con l'avvicinarsi dei borbonici, tutte le famiglie liberali fuggirono in giornata sulle montagne e, alle 11 di sera del 24, la stessa colonna garibaldina, circa 600 uomini, lasciò Piedimonte, e sostò durante la notte su S. Pasquale. Il giorno seguente Csudafy, con il suo distaccamento, fu costretto a dirigersi verso i monti di Vairano. Per cui a Piedimonte non ci fu alcuna resistenza all'ingresso dei borbonici. Le poche scaramucce che avvennero sino al 1° di ottobre furono di breve momento, a meno del combattimento di Monte Vairano.  Il vescovo, il principe Gaetani e Gaspare Egg subito fecero rimuovere le barricate e tutti si diressero in carrozza alla scafa: a Piedimonte non c'è alcuna resistenza (che era come dire: Fate a meno di venirci).
L'occupazione di Piedimonte era voluta da Re Francesco in persona, ed era stata prevista dal conte di Aquila la distruzione del paese, se ci fosse stata resistenza. Colle spalle al sicuro i Borbonici avrebbero riattaccato sul Volturno.
Allora la Legione si mosse lungo il costone del Matese fino a Pettoranello (IS) seminando morte e violenza tra gli uomini, ma anche tra donne e bambini. Diversi furono i paesi distrutti dal suo passaggio, tra i quali Roccamandolfi e Sant’Agapito. A Pettoranello i seguaci di Garibaldi trovarono ospitalità dall’arciprete del paese, sostenitore degli ideali carbonari. Durante questa sosta i Sanfedisti di Isernia colsero l’occasione per armare i contadini e uccidere, la notte del 20 ottobre 1860, i membri della Legione che, colti di sorpresa subirono una vera e propria disfatta.
L’episodio più grave fu quello che seguì quel tragico 20 ottobre. Le donne accecate di vendetta evirarono i corpi già cadaveri dei patrioti e li impiccarono lungo il tratturo fino a Carpinone. La reazione delle donne fu chiamata “furia delle donne cagne scatenate”. Ad essa seguì la risposta con le armi del generale Cialdini che fu costretto a scendere a Isernia e a fucilare centinaia di Sanfedisti al fine di sedare la ribellione.
L’episodio oscurò i rapporti tra il nuovo Stato e la gente isernina, tanto che lo stesso Garibaldi dovette scendere a Isernia, per proclamare un discorso di pace incentrato sulla tradizione sannita, richiamando l’episodio delle Forche Caudine come modello di unità della penisola in funzione antiromana.
Il 6 ottobre stava a Piedimonte il generale Scotti Douglas con 1500 uomini. Su indicazioni del Raffaele Gaetani andò ad occupare il Macerone, ma si trovò di fronte ai Piemontesi e fu fatto prigioniero. Gli si trovò addosso la lettera del Gaetani, e perciò questi che lo aveva consigliato, il 22 ottobre, insieme ai regi, lasciò Piedimonte colla famiglia. Andò a Gaeta e poi a Roma, dove rimase presso il Re fino al 1867.
Il 26 ottobre nuovo copovolgimento: i Sabaudi dilagavano e i generali Della Rocca e de Sonnaz si congiunsero presso Alife. il 7 novembre a Piedimonte non ci fu plebiscito, ma di notte i Borbonici, lasciarono il paese per l'ultima volta. L'8, corteo questa volta liberale inneggiante alla Unità, a Casa Savoia e a Garibaldi.
Ed ecco tornare allora i nostri legionari. Vendette e terrore garibaldino a Piedimonte!
Con decreto di Vittorio Emanuele II, voluto dal Cavour, le forze volontarie furono in gran parte sciolte. La legione ebbe l'incarico di tenere l'ordine in Terra di Lavoro: da volontari a carabinieri era pure il desiderio dei nostri, ma non ottennero che sei mesi di paga e il licenziamento.
L'8 marzo, a Caserta, la Legione del Matese coi suoi 240 uomini, fu passata in rivista, e consegnò le armi. Il 14 fu sciolta. Colle solenni esequie a Cavour in S. Maria, il 28 giugno, si chiuse a Piedimonte la pagina del Risorgimento.
COMPONENTI DELLA LEGIONE DEL MATESE – I cittadini che vi avevano preso parte, secondo le indagini del Petella furono: Altieri Raffaele, Altobelli Pietro, Azza Giuseppe, Balsamo Giuseppe, Balsamo Luigi, Barbato Raffaele, Buontempo Giuseppe, Capone Ottavio, Cappella Pasquale, Caruso Vincenzo, Cassella Pasquale, D’Amico Michele, D’Amico Raffaele, De Biase Pasquale, De Biase Raffaele, De Lisi Felice Antonio, De Luca Pasquale, Di Matteo Cosimo, D’Orsi Vincenzo, Fontanella Raffaele, Fragola Federico, Fragola Raffaele, Francese Luigi, Francese Salvatore, Gagliardi Giovanni, Galeno Salvatore, Gallino Ignazio, Gardon Giovanni, Gasbara Filippo, Gaudio Luigi, Gaudio Samuele, Giordano Giuseppe, Giordano Pasquale, Giordano Pietro, Giordano Raffaele, Giorgini Antonio, Girardi Marcellino, Giuliano Vincenzo, Giuseppe Pasquale, Grande Samuele, Gravante Lorenzo, Grifo Leonardo, Grillo Adamo, Iannotta Giuseppe, Iasalvatore Vincenzo, Imondi Angelo, Mandaro Lorenzo, Manzi Michele, Marchitti Pasquale, Marappese Salvatore, Marappese Silvestro, Marrocco Oronzio, Marrocco Michele, Marrocco Giuseppe, Marrocco Raffaele, Meola Gaetano, Messere Alfonso, Messere Luigi, Messere Michele, Messere Silvestro, Miglione Luigi, Navarra Giovanni, Orsini Girolamo, Pacelli Giovanni, Pacifico Antonio, Pepe Francesco, Pepe Girolamo, Pingitore Nicola, Pinque Francesco, Pirollo Angelo, Pisanti Francesco, Pisanti Raffaele, Santagata Filippo, Santangelo Raffaele, Santelli Vincenzo, Santillo Nicola, Tartaglia Giuseppe, Terenzio Luigi, Terribile Biagio, Torti Nicola e Toto Gaetano.

[1]
Il vescovo di nette e ben note tendenze liberali , che gli valsero nel 1863 la nomina a Senatore del Regno, e che, in pieno dissenso con le direttive del papa, prese parte attiva ai lavori parlamentari. Egli addusse il pretesto della cattiva salute per non partecipare al Concilio. (G. Martina, Appunti storici sopra il Concilio Vaticano, Ed. Università Gregoriana, Roma 1972)

La Ferrovia Napoli - Piedimonte d'Alife

Rimasta a 25 km. da Telese e a 34 da Caianello, Piedimonte avvertì il bisogno di una linea diretta per Napoli (I viaggi per Napoli duravano praticamente una giornata, e tipici erano quelli dei Gaetani in grandi carrozze, con lacché a cavallo). Progetti e petizioni si seguirono. Nel 1898 ci fu perfino la proposta di prolungare la tramvia Napoli-Aversa fino a Piedimonte. L'Amministrazione provinciale concesse un sussidio di L. 500 a km. il Comune dette L. 6.000 annue per cinquant'anni, sussidio che poi passò alla Compagnie des chemins de fer du Midi de l'Italie.
I primi concreti passi verso la costruzione li registriamo in data 27 marzo 1900, quando venne accordata alla Societé anonyme des Tramways et des Chemins de Fer du Centre, con sede a Lione (Francia), la concessione per la costruzione e l’esercizio della ferrovia Napoli - Piedimonte d’Alife. Tale concessione venne ceduta nel 1905 alla Compagnie des Chemins de Fer du Midi et d’Italie con sede a Parigi. Venne previsto e, successivamente, realizzato un progetto di ferrovia, a scartamento 950 mm, con trazione a vapore, sulla tratta Santa Maria Capua Vetere-Piedimonte d’Alife e, con trazione elettrica a corrente alternata monofase 11.000 V/25 Hz, sulla tratta Napoli-Capua. Intanto i collegamenti con Caserta erano assicurati attraverso  l'impiego di automobili lungo la tratta Caserta-Santa Maria C.V.-Caiazzo-Piedimonte d'Alife. Si attuavano quattro corse giornaliere da e per Piedimonte. Nulla fu trascurato perché il servizio funzionasse regolarmente e fosse uno dei più importanti d'Italia meridionale. Le vetture erano spaziose, comode ed eleganti; ciascuna per 14 viaggiatori seduti, come quelle che da anni funzionavano in parecchi servizi della Svizzera, dove le strade presentavano pendenze molto più forti di quella sotto Caiazzo. Malgrado tale pendenza le vetture da 14 posti riuscivano a trasportare sino a 22 persone con 200 kg. di bagaglio, senza dar luogo al più piccolo inconveniente. Le vetture erano anche illuminate nell'’interno durante le corse notturne, e marciavano con velocità anche su strade di montagna, potendo anche superare con facilità pendenze del quindici per cento.

Il 30 marzo 1913 il treno entrò in funzione sul percorso Napoli (Piazza Carlo III) - Santa Maria Capua Vetere (Biforcazione-Capua); il 31 dicembre 1913 fu inaugurata la tratta Biforcazione Capua – Caiazzo ed, infine, il 5 ottobre 1914 fu la volta del tronco Caiazzo – Piedimonte d’Alife (oggi Piedimonte Matese). Il primo treno arrivò a Piedimonte il 30 giugno 1914. Durante la prima guerra ci fu la riduzione delle corse e, per mancanza di carbon fossile, il nostro treno fu costretto ad andare a legna. Impiegava nel viaggio parecchie ore, e stentava a superare l'ardua salita di Caiazzo. Le corse tornarono normali dopo la guerra. Si ebbero quattro corse quotidiane. A soli dieci anni dalla data di apertura, l’esercizio passò ad una Gestione Commissariale Governativa: era il 14 aprile 1923.
Arrivata la seconda guerra mondiale, a causa di mancanza di carburante, si ebbe uno straordinario affollamento e una rinnovata lentezza. Si giunse così al 6 ottobre 1943, quando i guastatori tedeschi fecero saltare, sulla tratta Santa Maria Capua Vetere - Piedimonte d’Alife, ogni 50 metri, i binari e quasi tutti i ponti. Anche la tratta bassa subì dei danni all'infrastruttura ed al materiale rotabile ma con conseguenze meno gravi. Al termine del conflitto fu possibile ripristinare rapidamente la sola Alifana bassa tra Napoli e Santa Maria Capua Vetere/Sant'Andrea dei Lagni, mentre la tratta alta, seriamente danneggiata rimase interrotta, in attesa di decisioni sul futuro. A complicare ulteriormente la ricostruzione, non giudicata prioritaria, fu anche un lunghissimo iter burocratico, sia per la concessione dei finanziamenti, sia per il mantenimento della concessione alla CFMI.
Finalmente, avuto il decreto del Ministero dei Trasporti per la ricostruzione dei 36 km. da S.Maria C.V. a Piedimonte, il 4 gennaio 1955 a Triflisco iniziarono i lavori. Nel 1957, finalmente, il Ministero dei Trasporti concludeva, che "La Ferrovia Santa Maria Capua Vetere – Piedimonte Matese era meritevole di ammodernamento". Sempre in quegli anni venne deciso che la trazione sarebbe dovuta essere Diesel anziché elettrica come richiesto dalla Società concessionaria. Si crearono così due tronchi: Napoli Scalo Merci – Santa Maria Capua Vetere Sant’Andrea a trazione elettrica in corrente alternata monofase 11.000 V e 25 Hz a scartamento ridotto (950 mm) e Santa Maria Capua Vetere – Piedimonte Matese a trazione Diesel con scartamento ordinario.
A Piedimonte fu costruita una nuova stazione e una lunga pensilina, e il 4 aprile 1963 il treno vi entrava. Compie il suo percorso di km. 79 + 700 in ore 1,20 e per il trasporto merci in ore 1,50. L'interessamento del ministro Giacinto Bosco era stato decisivo per la ricostruzione. Nel giugno del 1969 la gestione passò alle T.P.N. tramvie provinciali napoletane, e il 1° dicembre 1970 si ebbe il regolare contratto. Il 1° gennaio 1978  fu costituito il "Consorzio trasporti pubblici per Napoli" fra i comuni della linea. La linea, da Biforcazione di Capua ha avuto qualche rimaneggiamento. Oggi abbiamo una prima galleria a Triflisco, ma il più importante è quello di Caiazzo, dove quattro tunnels evitano di salire su tutta la collina. Il binario è a scartamento normale, le curve sono larghe, le pendenze attutite. Al momento si sta lavorando per l'elettrificazione e l'ammodernamento della linea ed il rinnovo delle carrozze. Il problema di fondo è sempre e comunque la disponibilità economica, anche se i lavori di elettrificazione pian piano procedono. E' previsto che la linea elettrica arrivi sino a Piedimonte Matese, l'attivazione, prevista per il 1° semestre 2008, è ancora di là da venire. I treni sono degli elettrotreni Firema, di cui uno già disponibile dovrebbe essere proprio in deposito a Piedimonte, simili agli elettrotreni di ultima generazione usati dalla Cumana.

Piedimonte passa alla provincia di Benevento

La politica accentatrice del Fascismo giunse alle sue conclusioni nel quinquennio 1924-29 e fra le tante cose abolì i circondari. Anche quello di Piedimonte fu soppresso col R.D. del 21 ottobre 1926. Parte di esso -Piedimonte, Ailano, Alife, Castello, Gioia, Raviscanina, San Gregorio, San Potito, Sant'Angelo, Valle Agricola e cioè il mandamento di Piedimonte fu annesso alla provincia di Benevento, il mandamento di Capriati fu unito a Campobasso, e quello di Caiazzo fu unito anche a Benevento. Più precisamente la provincia di Terra di Lavoro fu soppressa nel 1927 ed il suo territorio venne diviso fra le province di Napoli, Roma, Frosinone, Campobasso e Benevento. Nella provincia di Napoli fu incorporata la zona litoranea fino al Garigliano e tutta la fascia ad est di Napoli fino agli attuali limiti delle province di Benevento ed Avellino. Alla provincia di Benevento furono attribuiti i sedici comuni della valle d’Alife a partire da Caiazzo (cioè il territorio dell’ex circondario di Piedimonte), alla provincia di Roma la fascia litoranea a nord del Garigliano (posteriormente attribuita alla nuova provincia di Latina); nella provincia di Frosinone in coincidenza con la soppressione di quella di Caserta, furono incorporate la zona del Cassinate nonché quella dell’alta valle del Liri; alla provincia di Campobasso andarono infine 7 comuni dell’alta valle del Volturno (Capriati a Volturno, Prata Sannita, Gallo, Letino, Valle Agricola, Ciorlano e Pratella). La provincia fu ricostituita nel 1945 senza però la sua antica circoscrizione territoriale. Restarono infatti alla provincia di Frosinone e Latina i territori che furono staccati da Terra di Lavoro nel 1927, così come alla provincia di Napoli restò il Nolano. Con Benevento, provincia ordinata e dignitosa pur nella sua minor ricchezza, le cose non sarebbero andate male. Piedimonte era il terzo centro, e le sue pratiche erano curate. Eppure non fu popolare. Si era abituati a Terra di Lavoro, cui ci univa la ferrovia piedimontese e quasi 700 anni di storia, fin dal giustizieriato angioino di Capua. Ma Benevento era qualcosa di imposto, e perciò non sentito.  (Oggi esiste un gruppo ideologico che lavora affinché Piedimonte lasci la provincia di Caserta ed entri a far parte dell'ipotizzata nuova regione Molisannio, ndr).

Gli avvenimenti del 1943

Nel settembre-ottobre 1943 anche Piedimonte visse i suoi momenti critici e paurosi, e dall'azione distruttrice dei tedeschi ebbe quel colpo quasi fatale, da cui è andata lentamente risollevandosi.
La gioia dell'8 settembre pomeriggio, all'annunzio dell'armistizio, si manifestò specie tra gli sfollati napoletani, ma fu una breve euforia. L'11 settembre i soldati della 3a Div. Tedesca circondarono armati la caserma di Finanza in via Sannitica, ma i finanzieri salvarono il tricolore e le armi gettandole immediatamente dalle finestre tra i fichi d'India. Iniziò il sistematico saccheggio del cotonificio, dove - come in luogo sicuro - erano state depositate enormi quantità di tessuti, anche dei cotonifici di Fratte di Salerno.
Il 13 ed il 14 vi furono i primi saggi. Il 19 i Tedeschi si impossessarono dell' 'autobus Fortuna e di tutta la suppellettile della rimessa, e dal 23 cominciò l'interminabile asportazione di tessuti e balle dal cotonificio. Il 24 scoprirono il magazzino al secondo piano, occultato, e zeppo di roba. Il 25, di fronte a nuova e grande asportazione di tessuti, si decise di sospendere il lavoro. Rimasero gli uomini. Il fronte si avvicinava e, per chi si sarebbe lavorato?
Il 26 ci fu la requisizione dei quadrupedi, e i proprietari dovettero fornire anche conducenti e mangime. Tutto il mercato era pieno di animali in due file coi portatori, modesti contadini che se ne privavano con dolore. Il luogotenente Fisher in dieci ore di tempo asportò al cotonificio tutto il deposito di stoffe di Fratte, il luogotenente Ellemberg pretese la consegna di tutte le chiavi, e la Polizia intanto saccheggiava i depositi della Ditta Riselli, riempendo gli autocarri.
Il 27 fu ordinata - pena la morte - la consegna di tutte le armi, pugnali, macchine fotografiche, ecc., e intanto dal  cotonificio venivano  portate via le macchine, attrezzi e l'impianto della saldatura autogena. Gli operai stessi furono obbligati a fare i pacchi, e, a fine giornata, ebbero dai tedeschi un pò di olio, sottratto al Consorzio agrario. Pure il 27 si voleva mandare in Germania gli operai del cotonificio, ma i giovani si nascosero e i vecchi furono licenziati. 25 macchine portarono via enormi quantità di tessuti, e i comandanti Kauser e Krause completarono il saccheggio dei magazzini della ditta Michele Riselli. Il 28 dodici autocarri e il 29 altri undici continuarono il saccheggio, e in quel giorno da un impiegato fu nascosta la cassaforte. Il 30, dopo aver vietato l'ingresso agli ultimi operai presenti, i tedeschi cominciarono a tagliare le cinghie e mentre dai nostri si nascondevano registri e documenti, altri otto autocarri venivano caricati.
Il 1° ottobre continuò il saccheggio, che proseguì nei giorni successivi. Finora la popolazione aveva seguito con ansiosa preoccupazione quanto avveniva, prevedendo disoccupazione e fame, ma il 5 cominciò il vero terrore. Alle 5 di mattina la Polizia bloccò tutte le vie di Piedimonte ed iniziò la caccia all'uomo per le strade e per le case: 28 piedimontesi e molti dei paesi vicini furono spediti a Cassino. Il 6 i guastatori fecero saltare i binari della ferrovia . Il 7 iniziò il saccheggio alla S.M.E. e cos' l'8 ed il 9. Nella serata del 9 ci fu il primo bombardamento. Verso le 21 un aereo americano volendo colpire la Scuola Agraria, dove c'era l'ospedale militare ed il deposito di munizioni, sganciò sei bombe che rovinarono varie case, e a san Giovanni fecero le prime vittime: Filomena Arrigo e Maria Rapa.
Il 13, alle ore 12,10, i piedimontesi, molti dei quali si erano rifugiati sul Cila, assistettero attoniti al massiccio bombardamento di Alife, da cui si sollevavano sinistre colonne di fumo, il paese fratello andava in gran parte distrutto! Fra i tedeschi un interprete inviperito e scalmanato, ordinò vari saccheggi a case e negozi: era un italiano di Perugia, il cui genitore, squadrista, era stato ucciso dagli antifascisti dopo il 25 luglio. Ora voleva vendicarsi di tutti.
Il 14 nuova ondata di terrore. Armati di mitra, i tedeschi, dopo aver bloccato le vie all'alba, ricominciarono la caccia all'uomo. Il 15 saltò in aria la condotta forzata della S.M.E., e poco dopo mezzogiorno ci fu il secondo bombardamento a Sepicciano con sei vittime: Ant. Iannotta, Domenico Cassella con moglie e figlia, Gaetana Leggiero e Angelina Raccio.
Il 16 i guastatori prepararono la dinamite nel cotonificio. In giornata saltò in aria la turbina e la centralina elettrica, venne incendiato il palazzo Merolla, che bruciò per quattro giorni, e verso le 15 saltò in aria parte della Centrale. Il 17 i guastatori minarono e incendiarono Palazzo Ducale. Si rovinò, fra l'altro l'"Aurora" di Solimene, un vero capolavoro! Verso le 15, con uno scoppio orrendo, saltò in aria tutta la Centrale. Da parte americana, poi, cominciò il cannoneggiamento su Piedimonte, e il 18 furono colpite alcune case di Vallata, l'Annunziata, il Palazzo Riselli col Banco di Napoli. Cominciarono pure a cadere le case per effetto di mine. Cinque tedeschi rimasero uccisi.
Ormai gli americani erano vicini, i loro cannoni tuonavano forte, ma intanto il martedì 19, si ebbe l'ultimo atto di questa orribile tragedia.
Di mattina furono appiccati incendi, saltarono tutti i ponti sul Torano, le case del centro, il Dopolavoro e la farmacia Petella, una delle più attrezzate della provincia, e verso le 9 uno scoppio mai sentito di mine collegate elettricamente, distrusse il cotonificio.
L'enorme fabbricato si sollevò polverizzandosi, proiettili volarono in tutte le direzioni, e una nuvola di fumo arrivò all'altezza di Matese. Fu una scossa violenta come il terremoto. Gli ultimi sette guastatori lasciarono il paese verso le 11. Brutte cose allora successero a Porta Vallata: sfollati abbrutiti dall'esasperazione seviziarono i cadaveri dei tedeschi uccisi dalle cannonate. Potevano fare qualcosa prima. Sarebbero stati eroi.

Primo grande alluvione

Il 20 settembre 1841 c'era stato uno straripamento: Ma verso la mezzanotte del 23, secondo la cronaca dell'epoca, dopo piogge violente dal tramonto, improvvisamente le acque invasero il centro. Raggiunsero il primo piano delle case e la gente si rifugiò sui tetti, disperata nel buio pesto, mentre sotto rumoreggiava un torrente fangoso che trascinava pietre e i pali delle "troffe". Mentre il Vallone devastava Vallata, il Rivo invase Piazzetta e Palazzo Ducale, abbatté il ponte delle Scalelle, interrò l'androne sotto l'Episcopio e si riversò per San Domenico, distruggendo la Dogana. Il Torano invase orti e industrie abbatté il ponte di S. Arcangelo. Fu rovinata la villa ducale, arenò la ramiera e il mulino, fu semidistrutto l'Ospizio francescano e il lanificio al conservatorio, rotto l'acquedotto al ponte S. Arcangelo e la città rimase senz'acqua. Morirono 16 persone in quella tragica notte.
D. Marrocco non ci parla dell'alluvione del 23 dicembre 1841 riportato nel testo: Della Città di Napoli, dal tempo della sua fondazione sino al presente, nelle Memorie storiche di Francesco Ceva Grimaldi, Napoli 1857. Si tratta forse di quello erroneamente datato il 23 settembre dal Marrocco?
Il 28 giugno 1842 Ferdinando II emanò un rescritto per cui venivano stanziati 55.700 ducati per disciplinare i fiumi di Piedimonte, di cui metà a carico della Tesoreria generale di Napoli, e l'altra metà per i 2/3 dalla Provincia ed 1/3, ratizzato, dagli industriali di Piedimonte. Il 26 e il 29 ottobre, nuovo temporale e nuovo parziale allagamento.

Secondo grande alluvione

Fin dal 1842 si cercò di porre argine allo straripamento del Torano e dei torrenti Rivo e Valpaterno, e vi si spesero più di 100.000 ducati, ma inutilmente perché il 13 settembre 1857, al mattino, bastarono tre ore di piogge torrenziali. Sempre Vallone e Rivo i maggiori colpevoli e il Torano faceva la sua parte. Le acque raggiunsero al Carmine il primo piano e anche stavolta scene di terrore: case sfondate, cadaveri galleggianti (ben 43 morti!).
Galleggianti sull'acqua le statue di S. Anna e della Madonna del Carmine! Si arrivò a mettere mobili su mobili, e a sfondare pavimenti per sfuggire dai "bassi" invasi. Un gran masso, rotolato dalla piena, sfondò il portone della filanda Egg: fango e ghiaia sulle macchine, grandi depositi di cotone grezzo e telerie distrutti, lavoro sospeso per quattro mesi! La merce danneggiata fu venduta a metà prezzo. Re Ferdinando mandò personalmente 800 ducati che uniti ai 609 di una sottoscrizione locale, procurarono un primo sollievo al popolo rimasto affamato.
In seguito a questa ennesima strage e agli enormi danni - sui 200.000 ducati - si capì che si doveva affrontare la questione una volta per sempre. Furono perciò costruite, finalmente, nei due anni seguenti, colossali dighe alla Valle del Rivo e a Valle Paterno.
Venne scartato il progetto di ricostruire Piedimonte a Sepicciano.
Tuttavia la questione era ben lontana dall'essere risolta definitivamente, infatti nella relazione di F. De Blasiis del 1867 sulla
Bonificazioni delle Paludi esistenti nelle province di Terra Ferma dell'ex Regno di Napoli si sottolinea che "le poche opere d'arte che vi esistono, briglie, catene ed argini, furono eseguite dalla Provincia prima del 1855. L'Amministrazione Generale non fece che riparare alle rotte avvenute, e tutto rimane da farsi dopo accurato studio dei torrenti, ai danni dei quali conviene di porre riparo. Si cominciò pure la costruzione di un canale irrigatorio, di circa 4 chilometri, derivato dal Torano, ma fu poscia lasciato in abbandono". Per questo motivo vi fu un "progetto per regolare definitivamente il tronco del Torrente Valpaterno, dallo sbocco nella valle del Maretto fino alla confluenza del fiume Torano, nonchè per rettificare il tronco del fiume medesimo dalla detta confluenza fino al partitoio delle sue acque, collo scopo di difendere l'abitato di Piedimonte d'Alife, ma il Consiglio dei Lavori Pubblici lo rimandò domandando modificazioni". Non se ne fece più nulla.

Il ciclone del 30 e 31 dicembre 1975

Sono circa le 15 del 30 dicembre, da poco è cessato di piovere. Il cielo si presenta alquanto strano: una linea dritta e molto lunga demarca la parte nuvolosa, fatta di nuvole nere come la pece, da quella completamente serena. Questa linea si posiziona nella direzione Monte Acuto- Monaco di Gioia (nord ovest-sud est). Vista da Alife la catena montuosa presenta delle strane nuvole che si sviluppano da terra verso l'alto, in senso verticale, all'altezza delle montagne di Sant'Angelo d'Alife, località San Michele, Monticello, nuvole a forma di imbuto. Già si incomincia a presagire nulla di buono, una cosa così non si era mai vista precedentemente. Verso le 15,30 incomincia a soffiare un vento teso, continuo, dalle montagne (Nord) verso la pianura (Sud). Questo vento si fa sempre più forte e, verso l'imbrunire, ha ormai raggiunto raffiche che toccano i 140 Km/h. Su tutta la linea pedemontana che va da Capriati al Volturno a Gioia Sannitica è un'abbattersi di alberi, anche di alto fusto, un volare di tegole, cartelloni stradali, impalcature. Diventa quasi impossibile camminare a piedi, si rischia di essere sollevati da terra. Chi si trova sfortunatamente in auto deve inserire la prima marcia e procedere a passo d'uomo tra scossoni e sollevamento da terra della carrozzeria. Nella pianura alifana i tralicci di ferro della corrente elettrica vengono piegati a terra dalla furia del vento. Le prime case incominciano ad avere il tetto scoperchiato. E' un suono continuo di tegole che volano via. Il tetto della villa Di Cosmo (oggi Leone), all'incrocio della villa comunale, viene letteralmente sollevato e posto di traverso sulla stessa abitazione. I tramezzi di alcune palazzine in costruzione vengono sfondati. Cessa l'erogazione dell'energia elettrica e tutte le case si ritrovano al buio. Nella nottata si sente l'ululato continuo e pauroso del vento che arriva dai valloni Paterno e dell'Inferno. E' una nottata passata da tutti in bianco, si sente un martellare continuo di tavole messe di traverso dietro i balconi prima che essi volino via. La mattina del 31 il vento cala di intensità leggermente. I piedimontesi ostinati a fare qualche acquisto per la cena del 31 escono di casa calpestando un mare di tegole e calcinacci e guardando sempre in alto. Lo spettacolo è desolante. Durante la tarda mattinata il vento cala ulteriormente. Ora si può circolare a piedi senza alcun pericolo, ma ancora non c'è l'energia elettrica, che tornerà solo il giorno 2 gennaio. La vigilia di capodanno del 1975, passata al lume di candela, sarà ricordata per lungo tempo dai piedimontesi.

Costituzione del reggimento di Fanteria Speciale a Piedimonte d'Alife.

Il reggimento Fanteria speciale si costituisce il 1° ottobre 1944 in Piedimonte d'Alife per il Gruppo di Combattimento "Legnano", per trasformazione del 3° reggimento alpini. Lo costituiscono il battaglione alpini "Monte Granero", ottenuto per trasformazione dell'omonima batteria di artiglieria alpina, battaglione alpini "Montenero", già "Piemonte", battaglione bersaglieri "Goito" nel quale confluisce il 4° reggimento bersaglieri, compagnia cannoni controcarro da 57/50, ottenuta dal V battaglione controcarri, compagnia mortai da 76. L'ordinamento del reggimento viene più volte manipolato ed infine entra in linea con i battaglioni "Goito" bersaglieri, "Piemonte" alpini (già "Montenero") e "Abruzzi" di nuova costituzione che dal 25 novembre diviene "L'Aquila".
Impegnato nelle operazioni del gruppo di combattimento "Legnano", il 21 aprile del 1945 entra a Bologna con i bersaglieri del "Goito", il 29 aprile è a Brescia, il 30 successivo a Bergamo.
Il reggimento, trasferito a Legnano si scioglie il 30 giugno 1946 per ridare vita al 67° reggimento fanteria "Legnano".

Pellegrinaggio per l'Anno Santo
In occasione dell'Anno Santo indetto dal papa Urbano VIII, il 16 novembre 1625, un numeroso gruppo di pellegrini (300 uomini e 100 donne), con sacchi e mozzette bianche, partirono da Piedimonte alla volta di Roma, ove furono ospitati dall'Arciconfraternita della SS.Trinità. (Marsilio Honorati, Tesori dell'Anno Santo, Roma, 1649)
Il terremoto del 1688

Dalla documentazione storica risulta essere il terremoto più devastante che abbia colpito Piedimonte. Il terremoto colpì alla vigilia della Pentecoste, attorno alle 18.30. La scossa, secondo la testimonianza del Vescovo di Cerreto Sannita, Giovanni Battista De Bellis, durò "tanto tempo quanto possa dirsi un Credo" e rase al suolo gran parte dei paesi della sua Diocesi.
Le testimonianze riportano scenari apocalittici: nelle piazze e viuzze della città, immerse nella quiete del primo pomeriggio, risuonarono d'un tratto i cupi boati dei crolli, seguiti dai gemiti di migliaia di feriti e moribondi, le grida di terrore degli scampati che fuggivano come forsennati verso le aperte campagne o si attardavano presso le macerie delle proprie case piangendo i familiari sepolti.
A Benevento un denso polverone si alzò sulla città fino ad oscurare il sole. Ben presto si poté avere la visione esatta della gravità della sciagura: Benevento era stata letteralmente rasa al suolo. I morti furono 2.115.
Lo stesso accadde a Cerreto Sannita dove circa 4.000 persone (metà della popolazione) morirono a causa del sisma. Questa grave tragedia indusse il conte Marzio Carafa a decidere di ricostruire il centro abitato (l'attuale) più a valle e su di un suolo maggiormente stabile. Ad Alife caddero quasi tutte le case causando la morte di oltre 30 persone. Ad Alvignano e nella Vallata di Piedimonte perirono molte persone e per un certo tempo le acqua del Torano si intorbidirono e lo stesso fiume cambiò il suo percorso.
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