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I VESCOVI ALIFANI                                                      
Fonti:
Vincenzio D’Avino, Chiese Arcivescovili, Vescovili e Prelatizie del Regno delle Due Sicilie, Ed. Ranucci, Napoli 1848
Gaetano Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. LXXIII, Tip. Emiliana, Venezia 1855
Giuseppe Cappelletti, Le Chiese d’Italia, dalla loro origine sino ai nostri giorni,  vol. XIX, Ed. Giuseppe Antonelli, Venezia 1864
Francesco Saverio Finelli, Città di Alife e diocesi, Cenni storici, Tip. Rinascimento, Scafati, 1928
Nota: I suddetti autori, pur ritrovandosi con la sottostante cronologia, si differenziano nell'attribuzione del nome esatto del vescovo.

Questa serie di vescovi inizia con Claro, il quale si trova intervenuto nel concilio romano del 495, ed in altri posteriori;  tuttavia non è  da ritenersi come primo vescovo di Alife, ma soltanto il primo il cui nome per atto pubblico sia arrivato fino a noi. Tutti gli scrittori convengono che Alife già ai tempi di Costantino aveva il suo vescovo. In tale epoca, senza dubbio esisteva in Alife una chiesa cattedrale, la quale fondata negli esordi del cristianesimo, spiegò tutta la sua dignità ed influenza esteriore sotto l'imperatore Costantino. Può valere come prova il fonte battesimale, che era di diritto esclusivo delle Chiese matrici. A nessun altro, se non al vescovo, apparteneva la pubblica e solenne amministrazione del battesimo nell'antica disciplina ecclesiastica. Una iscrizione posta sulla porta dell'antica cattedrale di Alife ricorda tale fonte battesimale colla seguente epigrafe:
Vita, salus Mandi, pax, gloria spesque secundi
A viliis munda fusos baptismatis unda.
 

Nell’anno

499

Claro

Circa l’anno

V-VI sec.

Severo

 

750

Anonimo

 

770

Anonimo II

 

779

Paolo

 

865

Anonimo III

 

978

Leone

 

982

Paolo

 

998

Vito

 

1020

Goffredo

  1039 Arrechi

 

1059

Artis, o Arechi, o Arigiso

 

1098

Roberto I

 

1126

Roberto II

 

1148

Pietro

 

1179

Baldovino

Circa l’anno

1200

Landolfo

Nell’anno

1200

Anonimo IV

 

1226

Anonimo V

 

1230

Anonimo VI

 

1251

Alferio

 

1254

Fr. Romano

 

1305

Pietro II

  1310 Filippo

 

1346

Nicolò

 

1346

Tommaso de Fontibus di Teano

 

1350

Bertrando

 

1356

Andrea da Castel San Severino

Circa l’anno

1380

Guglielmo

Nell’anno

1389

Giovanni degli Alfieri

 

1413

Angelo di Sanfelice

 

1457

Fr. Antonio Moretti

 

1483

Giovanni II Bartolo

 

1486

Giovanni III de Zefra da Toledo

 

1504

Angelo II Sacco

 

1529

Bernardino Fumarello di S.Giminiano

 

1532

Michele Turellos

 

1541

Ippolito de’Marsiliis

 

1547

Sebastiano Pighi

 

1548

Leonardo Ambrosio

 

1548

Filippo Saragli

 

1556

Antonio Agostino da Saragozza

 

1561

Giacomo Giberti de Nogueras

 

1567

Angelo III Rossi di Terni

 

1568

Fr. Giambattista Santorio

 

1586

Fr. Enrico Cini di Siracusa

 

1598

Fr. Modesto Ganuzio

 

1608

Fr. Valerio Seta

 

1625

Fr. Girolamo Zambeccari

 

1633

Fr. Michele de' Rossi o De Rubeis

 

1639

Pietro Paolo de’Medici

 

1658

Fr. Enrico II Borghi

 

1659

Sebastiano II Dossena

 

1664

Domenico Caracciolo

 

1676

Giuseppe De Lazara

 

1703

Angelo Maria  Porfirio

 

1731

Gaetano Iovone

 

1732

Pietro Abbondio Battiloro

 

1735

Egidio Antonio Isabelli

 

1752

Carlo Rosati

 

1754

Innocenzo Sanseverino

 

1757

Filippo II Sanseverino

 

1770

Francesco Ferdinando Sanseverino

 

1776

Emilio Gentile

  DI ALIFE E TELESE

Nell’anno

1818

Lo stesso Emidio Gentile

 

1822

Raffaele Longobardi

 

1824

Giambattista de Martino

 

1826

Carlo Puoti

 

1848

Gennaro Di Giacomo

  DI ALIFE SOLTANTO

Nell’anno

1852

Lo stesso Gennaro di Giacomo

 

1873

Luigi Barbato Pasca

 

1880

Girolamo Volpe

 

1886

Antonio Scotti

 

1898

Settimio Caracciolo

 

1911

Felice Del Sordo

 

1930

Luigi Noviello

 

1947

Giuseppe Della Cioppa

 

1953

Virginio Dondeo

 

1961

Raffaele Pellecchia

  1967 Vito Roberti (amministratore apostolico)

 

1978

Angelo Campagna

 

1990

Nicola Comparone

 

1999

Pietro Farina

  2010 Valentino Di Cerbo

Claro. Il vescovo Claro intervenne a due Concili Romani, convocati dal Pontefice Simmaco, negli anni 495 e 501. Nel primo strenuamente difese il Pontefice contro gli sforzi dell’empio antipapa Lorenzo, e nell’altro mostrò l’innocenza del medesimo dai delitti che gli erano stati imputati. Non è da ritenersi come primo vescovo di Alife, ma soltanto il primo il cui nome per atto pubblico sia arrivato fino a noi. Tutti gli scrittori convengono nel dire che se ad Alife si può contrastare una fondazione apostolica, è da tenersi per certo che ai tempi di Costantino aveva il suo vescovo.
Severo. Il nome di questo vescovo fu scoperto dietro il frammento del Calendario Alifano, depositato nel Museo Campano di Capua a tergo del quale fu trovata scolpita la seguente iscrizione che secondo gli eruditi riporta a Severo. Il pezzo di marmo, su cui è scolpita l’iscrizione, era servito di coperchio al sepolcro del detto vescovo. Dalla suddetta iscrizione si deduce che Severo morì all’età di circa anni cinquanta, dopo aver retta la chiesa di Alife (non appaiono gli anni) mesi otto e giorni cinque. Deve deplorarsi che sia scomparso affatto il V verso, ove era notato il giorno della deposizione sotto cui avvenne la morte di Severo. Dalla forma dell’iscrizione secondo il giudizio e l’interpretazione del celebre Archeologo Gian Battista De Rossi, sembra che questo Vescovo sia vissuto alla fine del quinto secolo o al principio del sesto e forse potrebbe essere uno degli Anonimi seguenti vissuti tra Claro e Leone.
Anonimo. Questo vescovo visse nell’anno 750, allorchè da Petronace, abate di Montecassino, d’accordo con Gisulfo II, duca di Benevento e colle generose offerte d’un pio Signore pure di Benevento, fu costruito in Ailano, accanto alla Chiesa di S. Cassiano, il celebre Monastero di S. Maria in Cingla nei cui atti si fa cenno del vescovo di Alife.
Anonimo II. Visse nell’anno 770, quando da Arechi II, Duca di Benevento, fu fondato il Monastero delle Monache Benedettine, sotto il titolo di S. Salvatore, all’estremità orientale dell’antico Comune di Alife, e propriamente quasi di fronte alla vecchia Chiesa di S. Antonio Abate presso la stazione di Piedimonte. Negli atti riguardanti la fondazione di questo monastero, si trova nominato il vescovo di Alife, di cui però non si conosce il nome.
Paolo. In un placito tra il Vescovo di Alife Vito, 998) e le Monache di S. Maria in Cingla (di cui parla P. Di Meo), fra altri vescovi e conti di Alife, troviamo nominato un certo Paolo gratia Dei Episcopus Episcopii Sanctae Dei Oenitricis et Virginis Mariae sedis Aliphanae; il quale (continua il placito) resse questa Chiesa di Alife nel 779 in tempo di Arechi o Origiso, principe di Benevento.
Anonimo III. Sotto questo Vescovo, di cui si ignora il nome, nell’anno 865 fu distrutta la Città di Alife ed atterrata l’antica cattedrale dall’empio Seodam, capitano dei Saraceni.
Leone. Visse nel 978, quando il primo novembre del detto anno intervenne insieme con Alderico, Vescovo di Calvi, alla consacrazione di S. Stefano Vescovo di Caiazzo, compiuta in Capua da Gerberto, terzo Arcivescovo di quella sede metropolitana, come si rileva dalla Bolla spedita, in tale occasione, dal suddetto Arcivescovo. Esso è sconosciuto al Trutta e all’Ughelli ed il suo nome fu rinvenuto nella vita di S. Stefano di Caiazzo. Resse la Chiesa Alifana dal 978 al 982.
Vito. Da Diacono fu assunto all’Episcopato di Alife, per elezione di Alfano, Arcivescovo di Benevento, ed a petizione del popolo e del Clero alifano, a cui egli apparteneva nell’anno 998.
Si rileva da un Placito riportato dal Gattola e dal Muratori, riferito dal P. Di Meo, che dice: abbiamo un Placito del Giudice Gisemondo, Mondo o Sandone, per una lite di terre e chiese di Ailano, Gattuccini, Vicabola, etc. tra il Monastero di S. Maria in Cingla, di cui era badessa Sichelgaita e custode Benedetto Prete, e di cui faceva le parti il Conte Pandone Longobardo, e Vito vescovo di Alife. Questo vescovo presentò 23 scritture, 2 precetti sigillati, ed un privilegio, che furono letti. Le carte contenevano compere e donazioni fatte alla sua Chiesa, e Decreti ottenuti in altre liti su questi beni, in favore della medesima. Il precetto era di Pandolfo Capo di ferro, che nel 971 lo confermò a quella Chiesa e ne assegnò i confini: Il Privilegio poi era la Bolla di Alfano Arcivescovo di Benevento.
Goffredo. Nell’intonacare le pareti della cripta della Cattedrale, nell’anno 1770, furono trovate le ossa di questo Vescovo, dietro un piccolo pezzo di marmo, su cui era scolpita la seguente breve iscrizione: GOSFRIDUS EPUS I-IIC REQUI.
Questa iscrizione si conserva tuttora murata nella cripta sulla parete prospiciente l’altare. Il P. Di Meo fa vivere questo Vescovo nell’anno 1020; il Trutta invece lo mette dopo Claro, come lo dimostra, egli dice, la lettera barbara dell’iscrizione. Il nome però di Goffredo fu sconosciuto ai barbari e comune ai Normanni, ragione questa per cui forse il Di Meo l’ha assegnato nel 1020.

Artis, o Arechi, o Arigiso, come lo chiama il P. Di Meo, viveva nel 1059, quando intervenne al Concilio Romano, sotto Papa Nicolò lI, e di lui si fa menzione in un monumento del 1061, formato da Aldarico Arcivescovo di Benevento, insieme ad altri Vescovi suffraganei della medesima Chiesa Metropolitana. Parimenti si trova nominato nella cronaca di S. Sofia.
Roberto I.  Lo si ritrova in un documento del 1098, del mese dì ottobre, pubblicato dal Gattola, quando Arnaldo da Buscione donò alla chiesa di san Giovanni Battista del luogo di Chiusa alcuni terreni alla presenza domini Roberto Dei gratia Alliphiensis episcopi. E questo Roberto si trova commemorato anche in un altro documento dell'anno 1100, del mese di agosto, Indictione octava, appartenente al suindicato monastero di santa Maria di Cingla della diocesi di Alife; e ricorda anch'esso alcune donazioni fatte a quelle monache, in pretencia domni Roberti Allifiensis episcopi.
Secondo il P. Di Meo fu vescovo di Alife dall’anno 1100 al 1126. Secondo il Trutta, sarebbe vissuto al tempo di Rainulfo III, che fu conte di Alife dal 1106 al 1139. Il manoscritto invece dice, che Roberto viveva nel 1138, ai tempi di Rainulfo III, quando la città fu nuovamente presa e distrutta dal re Ruggiero II. L’abate Alesandro Telesino, che scrisse la storia di Alife, la indirizzò a questo vescovo. Se dunque Roberto viveva al tempo della distruzione di Alife, fatta da Ruggiero nel 1138, sembra debba situarsi dopo l’Anonimo del numero 9 del manoscritto il quale viveva nel 1126. A dileguare la confusione, in luogo dell’Anonimo del numero 9, si deve  riconoscere un Roberto II, il quale, secondo la serie del Di Meo, figura dall’anno 1126 al 1142. Di maniera che sempre si verificherà, che nell’anno 1131, in cui avvenne la traslazione di S. Sisto, e nel 1138 in cui avvenne la distruzione di Alife, il suo vescovo chiamavasi Roberto, il quale, secondo l’opinione del P. Di Meo, non era l’unico, ma il secondo di questo nome, e sarebbe propriamente l’Anonimo del numero IX del manoscritto.
Roberto II. È quello di cui si è parlato sopra, che compare nel 1126 e va fino al 1142. Sotto di lui avvenne la distruzione di Alife per opera di Ruggiero II, e a costui l’abate Telesino mandò la sua storia d Alife. Che questi sia l’Anonimo del numero 9 appare da questa semplice riflessione. L’anno II del Pontificato di Onorio II, corrisponde all’anno 1126; ma in quest’anno, come è stato dimostrato sopra, la sede vescovile di Alife era occupata da Roberto II, giusto il P. Di Meo o dall’unico Roberto, secondo il Trutta; dunque la lettera del Papa al vescovo di Teano, scritta in data 26 Agosto del secondo anno di Onorio, per avere informazione sulla condotta del vescovo di Alife di quel tempo, riguarda Roberto e non altri.
Pietro. E' presente in una sentenza, pronunziata il 22 aprile 1148, dai giudici Siginoldo vescovo di Valve e da Pietro vescovo di Alife contro il vescovo di Teramo ed a favore dei monaci casssinesi intorno la giurisdizione del monastero di san Nicolò. Probabilmente sotto il vescovato di questo Pietro avvenne la traslazione del corpo di san Sisto I, papa e martire, donato nell'anno 1131 dal papa Anacleto II a Rainolfo conte di Alife, che gliene aveva fatto calde istanze, per portarselo ad arricchire la sua città. "Ma nel mentre viaggiava il pio convoglio per la via Latina alla volta di Alife, la mula, su cui era stato collocato il sacro deposito, prese invece irresistibilmente il cammino alla volta di Alatri, e là fu duopo, che lo si lasciasse, tal essendo palesemente la volontà superna". Tutto ciò viene minutamente narrato nella storia appunto della chiesa di Alatri.

Baldovino. Secondo l'Ughelli di questo vescovo altro non si sa, tranne che nel 1179 si trovava al concilio lateranense del papa Alessandro III, e che se ne hanno memorie anche nel 118, ma non ci fa poi sapere in che consistano queste memorie. L'anonimo, che egli nel 1200 collocò successore di Baldovino, e di cui non ebbe notizia che da una lettera del papa Innocenzo III, si chiamava Landolfo: ed intorno appunto al detto anno lo si trova commemoralo nel necrologio di san Benedetto di Capua, con queste parole: V. Kal. Octobris Landulfus Can. et Ep. Alifanus; cosicché, se nell'ottobre dell'anno 1200 se ne segnava la morte, conviene dire, ch'egli anche prima ne possedesse la sede. La suddetta lettera del papa, scritta al vescovo di Alife, gli dice, spettare a lui lo scomunicare i cherici, che nelle cause ecclesiastiche si facevano lecito di anteporre il giudizio secolare. È poi falsa la supposizione dell'Ughelli e conseguentemente altresì del Dizionario Moroni, che questo loro anonimo vivesse anche sotto il pontificato di Onorio II; perchè le recate parole del necrologio capuano ce lo mostrano morto nel 1200. Dal che ne segue, che il vescovo anonimo, contro cui questo pontefice scriveva al vescovo di Teano (Dal. Later. VII. Kal. Sept. an. II), debbasi annoverare tra i sacri pastori della chiesa alifana, vivente appunto nell'anno secondo del pontificato di quell'Onorio; e che similmente o un altro anonimo, o forse questo medesimo, il quale vivesse ancora, sia stato quel vescovo di Alife, commemorato dal papa Onorio III in una lettera dell'abate e decano del monastero di Montecassino, l'anno X del suo pontificalo (Dal. Reatae XIII. Kal. Sept.), acciocché fosse presa notizia, s' egli veramente si opponeva alla costruzione del monastero e della chiesa dei cisterciesi nella selva, che nominavasi Tora, in diocesi di Alife. Ma per non moltiplicare senza necessità i vescovi alifani, io lo reputo il medesimo anonimo, vissuto e nell'anno II di Onorio II e noll'anno X di Onorio III. E chi potrà dirci, che l'anonimo, di cui parlo, non sia quel desso, che appunto siccome anonimo è commemorato dall'Ughelli ai tempi del papa Gregorio IX, e che sino a quest' epoca abbia continuato la sua vita? In tale supposizione, sarebb'egli stato quel vescovo di Alife, il quale, per essersi conservato fedele all'obbedienza del summentovato pontefice, avrebbe sostenuto persecuzioni e di esilio e di prigionia per comando dell' imperatore Federigo II, e finalmente avrebbe finito nella più squallida povertà miseramente i suoi giorni. (G. Cappelletti, op.cit.).
Landolfo. Secondo il Cappelletti, Landolfo viveva circa l’anno 1200 sotto il Pontificato di Innocenzo III, il quale gli scrisse delle lettere intorno all’osservanza della disciplina ecclesiastica, ordinando di scomunicare quei chierici, i quali avevano avuta la temerità di citarlo al tribunale civile per cause ecclesiastiche.
Anonimo IV. Viveva l’anno 1226, sotto il Papa Onorio III, il quale da Rieti scrisse di lui all’abate e Decano di Montecassino, in data 20 Agosto dell’anno decimo del suo Pontificato che corrisponde al 1225. L’oggetto della lettera, secondo l’Ughelli, era l’opposizione di questo vescovo alla fondazione d’un monastero di Cistercensi nella selva di Alife, in contrada Fabbrica.
Anonimo V. Visse al tempo del Pontefice Gregorio IX (1227-41). Soffrì una terribile persecuzione dell’empio Federico Il, perchè strenuo sostenitore del Papa, per cui fu mandato in esilio, quindi carcerato, finché terminò la vita nell’estrema povertà, come si rileva dagli Atti del Pontificato dello stesso Gregorio, esistenti nella Biblioteca Aniciana.
Alferio. Fu canonico di Alife, quando il primo di maggio dell’anno 1251 fu creato vescovo della medesima Chiesa, dal Papa Innocenzo IV (1243-54). Da questa Sede, il 28 di Marzo del 1254, fu trasferito a quella di Viterbo ove morì.
Romano. Dell’ordine dei Predicatori, fu creato vescovo di Alife sotto il Pontificato di Innocenzo IV e propriamente il 30 aprile del 1254. Governò la Chiesa di Alife per oltre 40 anni. Vincenzo Fontana, nel suo Sacro Teatro Domenicano, stampato a Roma nel 1666 così scrive: Allifa pervetusta Ecclesia Episcopalis, prope Volturnurn, in Samnio, sub Metropolitana Beneventana atque temporali Dominio Excellentiss. DD. Ducum De Laurenzana et nobilissima Gaietana Familia, tres sequentes Episcopos habuit damenicanos . . . inter quos resedit Episcopus Pater Frater Romanus, superior in Urbe, creatus ab Innocentio IV anno 1254…….
Tommaso De Fondi. Canonico di Teano, fu creato vescovo di Alife sotto Clemente VI l'8 marzo 1346.
Governò la chiesa Alifana, solo per quattro o cinque anni. Durante il suo episcopato avvenne il tre di settembre 1340 il terribile terremoto, che devastò Alife e molte altre province d’Italia, facendosi sentire persino in Germania ed in Ungheria.
Andrea da Castel San Severino. Della diocesi di Salerno, fu Vescovo di Alife, circa l’anno 1356, sotto il Pontificato di Innocenzo VI (1352-62). All’epoca di questo vescovo, visse il celebre Niccolò Alunno.
Guglielmo. Fu creato Vescovo da Urbano VI (1378 - 1389) verso l’anno 1380, allorchè da Donna Sveva Sanseverino, duchessa di Laurenzana e pronipote di S. Innocenzo d’Aquino, fu fondato in Piedimonte il convento dei Domenicani, sotto il titolo appunto di S. Innocenzo.
Giovanni degli Alfieri. Della nobile famiglia De Alferiis di Alife, nipote di Nicolò d'Alife, fu assunto al Vescovado della sua patria l’anno 1389, da Papa Urbano VI suo affine. Fu uomo commendabile per le scienze legali per cui ebbe l’onore di esercitare l’ufficio di Consigliere presso il re Ladislao. Morì l’anno 1412.
Angelo Sanfelice. Da arcidiacono della Chiesa di Alife fu innalzato alla sede vescovile della stessa città, nel 1413. Diede luminosi esempi di saviezza e di zelo nel ridurre a forme regolari il clero e la cura delle anime, specialmente in Piedimonte dove, ad istanza della contessa di Fondi, moglie del Duca di Laurenzana Signore di Piedimonte, e dell’università, divise la città ed il clero in quattro Chiese Parrocchiali, che furono Santa Maria Maggiore, S. Giovanni B., S. Croce e la SS.ma Annunziata. A questo fine pronunziò un laudo contenente diversi statuti e leggi. Riunì in una massa comune il ricavato di parecchie vendite, iniziando così la fondazione delle Collegiate, che poi divennero giuridicamente tali, colla Bolla di Callisto III nell’anno 1455. Morì nel 1458, dopo aver governata la Chiesa Alifana per 45 anni.. Sotto il suo governo, e propriamente nel 1436, da un mandriano fu scoperta, sul monte Muto che sovrasta Piedimonte, una piccola cappella, in cui fu trovato un affresco della B. Vergine, che per essere stata dipinta colle braccia aperte, fu chiamata S. Maria Occorrevole. Raccolte copiose elemosine, ivi edificò una chiesa, istallando sul luogo una confraternita che la governasse.
Antonio Moretti. Successore di Angelo di Sanfelice, il 6 luglio 1457, fu Antonio Moretti, nominato vescovo di Alife dal pontefice Callisto III (1455-58). Era frate domenicano, che dal Fontana è detto Marresi anziché Moretti. Di lui fece menzione anche il Ripoll, recando la facoltà concessagli da fr. Leonardo de' Mansueti, generale dell' ordine, di tener con sé due frati francescani, per assisterlo nelle confessioni e nell'adempimento degli altri obblighi del professato istituto. La quale facoltà era espressa cosi: «Reverendissimus Dominus Episcopus Aliphi, qui est de Ordine nostro, potest assumere et commutare duos Fratres in socios; qui maneant ad obsequium suum ad audiendas Confessiones ejus et aliorum et efficiendum nec non confaciendum ea, quae suae professioni conveniunt, sine molestia alicujus. Datum Romae XXVIII Aprilis MCCCCLXXV. Hic vocatur Antonius Maresius.». Inoltre Sisto IV (1471-84), con Bolla trasmessa al Moretti, per mezzo dell’Arcivescovo di Benevento, istituì sei Canonici coadiutori in ciascuna delle quattro Parrocchie di Piedimonte. Al tempo di questo vescovo e propriamente nel 1460 fu fondato in Prata Sannita il convento dei F. Minori Osservanti. Da una biografia scritta dal suo confratello P. Fontana, nel suo Sacro Teatro Domenicano, si rileva che egli riedificò quasi dalle fondamenta la Cattedrale di Alife, caduta per vetustà. Egli resse la Diocesi per 25 anni. Morì nell’ anno 1483 e fu sepolto presso la porta maggiore della Cattedrale e successivamente, in occasione della rinnovazione del pavimento, fu estratta la lapide superiore del suo sepolcro, su cui è scolpita a bassorilievo la sua effigie e lo stemma di famiglia, e venne murata nell’interno della Cattedrale medesima, al lato destro della porta del campanile.
Giovanni da Toledo. Della famiglia Zefra, fu eletto Vescovo il 6 settembre del 1486 dal Pontefice Innocenzo VIII (1484-92) e morì 1’anno 1504. Durante il tempo del suo Episcopato, la Confraternita di S. Maria Occorrevole edificò sul Monte Muto un monastero per i Frati, Servi di Maria, i quali vi si andarono a stabilire nel 1611, ma per beghe insorte cogli economi vi rimasero appena un anno. Nel 1612 vi tornarono di nuovo i Sacerdoti Cappellani, che vi rimasero fino al 1674 quando la Chiesa fu data ai Padri Alcantarini.
Angelo Sacco. Olivetano, fu creato Vescovo dal Papa Giulio II (1503-13). Egli inaugurò la Chiesa di S. Maria Porta del Paradiso, in S. Angelo d’Alife. Sotto il suo Episcopato, e propriamente nel 1528, s'incominciò ad edificare la Chiesa di S. Rocco in Piedimonte, dalla Confraternita di S. Maria Occorrevole, con l’obbligo di celebrare una Messa alla settimana per l’anima di Maria De Trutto vedova di Onorato Contenti, di cui era il fondo ove si edificò detta Chiesa, come da rogato, per mano del Notaio Angelo De Rinaldis di Roccamonfina. Questa Chiesa, con rogato del 21 novembre 1611, per mano del Notaio Giov. Michele Perrotta di Piedimonte, dagli Economi di S. Maria Occorrevole fu concessa ai Fratelli della Confraternita della Morte, con alcuni patti e condizioni e col tributo di una libbra di cera da portarsi processionalmente a S. M. Occorrevole, nel martedì di Pentecoste. Questo Vescovo morì nel 1529.
Bernardino Fumarello. Toscano, da Clemente VII (1523-34) fu dapprima eletto vescovo di Minervino, in provincia di Bari, il 16 agosto 1529 fu trasferito alla Sede alifana e nel 1532 fu traslocato alla Chiesa di Sulmona.
Michele Turellos. Spagnolo, fu creato Vescovo di Alife, il 4 di novembre 1532, dal Papa Clemente VII. Quindi il 6 aprile 1541, da Paolo III fu trasferito alla Chiesa di Anagni. Durante il suo governo, e propriamente nel 1538, fu eretto in Piedimonte il Convento dei Carmelitani, da un tal Giovanni Antonio di Messere, nel sito ove era una cappella di S. Maria del Ponte ed un’altra chiesetta di S. Sebastiano, concessa agli stessi Carmelitani da una Congregazione di Laici.
IIppolito De Marsiliis di Lucca, fu innalzato alla Cattedra alifana da Paolo III (1534-49) il 6 aprile del 1541. Morì nel 1546 e fu seppellito nella Chiesa Cattedrale.
Sebastiano Pighi di Reggio fu uomo insigne così per il sapere, come per i posti eminenti che occupò. Fu assunto a vescovado di Alife il 22 agosto 1547. Già canonico di Capua ed uditore della Sacra Rota romana fu trasferito alla sede di Ferentino e di là alla Chiesa sìpontina, dopo alla arcivescovile di Adria; e finalmente furono coronate le sue virtù colla porpora. Intervenne al concilio di Trento, dove diede in luminosissimi argomenti del suo gran sapere. Il Trutta dice che Alife gli è molto tenuto per aver conservato molte antichità.
Antonio Agostino di Saragozza. Fu personaggio superiore ad ogni lode per la scienza, per le cariche sostenute, e per pietà. Da Paolo III fu destinato giudice nella ruota romana, e da Giulio III fu spedito nunzio nella gran Bretagna nel 1554. Fu consacrato vescovo di Alife nel 1556 da Paolo IV, il quale gli affidò varie legazioni presso l'imperatore Ferdinando I, facendo sommi elogi di lui in tutte le lettere agli illustri personaggi, cui era diretto. Basterà leggere il principio della lettera scritta a Maria regina di Baviera, in data del 7 gennaio 1558, nella quale si dice: "Mittimus Ven. F. Antonium Augustino Episcopum Aliphanum, virum nobis propter praestantes virtutes suas admodum probatum et charum". Da Alife, nel 1561, fu trasferito alla Chiesa di Lerida nella Catalogna, dove si condusse al concilio di Trento. Finalmente nel 1575 fu promosso alla sede arcivescovile di Tarragona. Diede alla luce molte dottissime opere, fra le quali l'emendazione di Graziano. Si ammirò sempre in lui eminente scienza, erudizione vastissima, una iniegrità, una costanza ed una magnanimità, che lo resero rispettabile all'universale. Era dolce, affabile, umano, e molto caritatevole verso i poveri, che quando morì, il 30 maggio 1586, all'età di 70 anni circa, appena lasciò con che essere seppellito. I suoi numerosissimi incarichi lo resero sempre assente dalla sua sede vescovile.
(1) Antonio Agostini spagnuolo , vescovo di Lerida ' a’ 18 agosto 1561, collegiale del collegio maggiore di s Clemente di Spagna in Bologna nel 1539, ( secondo la deposizione di Giovanni Malo de Briancs nella di lui descrizione di Saragozza) figliuolo di Antonio vice-cancelliere del regno di Aragona, dottore dell’una e l’altra legge, celeberrimo nelle iscrizioni, e pratichissimo nelle medaglie antiche; uditore di rota, nunzio apostolico presso Ferdinando re de’ romani, vescovo di Alife, visitatore del regno della Sicilia, poi arcivescovo di Tarragona, gloriosamente mori a 30 maggio 1586, di anni 69, nel di cui funerale fece l’orazione Andrea Scot, tra i molti, i quali di lui parlano, è da osservarsi il Panziroli, Ghilini, ed Antonio. (S. Pallavicino, Istoria del Concilio di Trento, Tomo IV, Collegio Urbano di Propaganda Fide, Roma 1883)
Giacomo Giberti de Nogueras. Fu creato Vescovo di Alife dal Pontefice Pio IV (1559-65) il 2 agosto del 1561. Fu uno dei Vescovi che intervenne al Concilio di Trento, radunato per la terza volta.
Fra gli Atti del Notaio Ercole De Parrillis, che si conservano nei Protocolli del Notaio Carlo Ciccarelli, si trovano due atti pubblici, fatti in Alife, di cui uno nella Cattedrale a suono di campana, e l’altro nella Chiesa di S. Caterina, dagli Ufficiali e Nobili della Città, per ricorso fatto al Pontefice Pio IV contro il Vescovo, il quale ritornato dal Concilio negò e proibì i sacramentali ed altro, per cui, accusato di eresia, fu condannato dal S. Uffizio a ritenersi come morto. Il P. Lagomarsini autore del Dizionario delle Scienze ecclesiastiche e Mons. Emilio Gentile, lo dichiararono innocente dalle surriferite accuse, il che sarebbe conforme a quanto si legge ai piedi della sua effigie esistente nel seminario di Piedimonte fra la serie dei vescovi alifani
Questi fu il primo Vescovo che si trasferì a Piedimonte, a causa della confisca e devastazione di Alife, compiuta per ordine di Filippo II.
Giovanni Battista Santorio, tarantino, essendo arciprete di Gravina, fu eletto vescovo di Alife da S. Pio V, nel 1568; di qui fu trasferito alla Chiesa di Tricarico quindi, sempre da Sisto V, fu elevato all'eminente carica di Maggiordomo dei Sacri Palazzi Apostolici, ed in ultimo mandato Nunzio in Germania ove rimase fino a tarda età. Questo vescovo istituì l’Arcipretura di S. Maria Maggiore in Piedimonte, assegnandole la prebenda d’uno dei 12 canonicati, che a tal fine soppresse ed annullò. Nel tempo del suo governo, le monache di S. Salvatore dal monastero campestre situato nell’antico tenimento di Alife fuori la Vallata, fondato al tempo di Areclii II principe di Benevento, furono trasferite dentro l’abitato di Piedimonte, giusto la disposizione del Concilio di Trento Sez. 25, Cap. 50. Anche in questo tempo fu edificato in Piedimonte, a spese del pubblico, il Convento di S. Francesco dei Padri Cappuccini.
Enrico Cini, di Siracusa, religioso dell’ordine dei Minori Conventuali, uomo di somma dottrina e rinomato, specialmente per le scienze astronomiche, fu creato vescovo di Alife da Sisto V (1585-90), il 14 febbraio del 1586. Morì nell’anno 1588.
Modesto Ganuzio, Minore conventuale, fu creato Vescovo di Alife dal Papa Clemente VIII (1592-605) il 7 agosto del 1598. Uomo di grande eloquenza e molto chiaro nel pulpito. Morì l’anno 1608.
Nella breve storia di S. Maria Maggiore di Piedimonte, nel secolo XVII, si dice che fin dal possesso del Vescovado mostrò di essere cervello torbido ed inquieto, per cui ben presto si distaccò dal clero e dal popolo di Piedimonte, in modo che la vertenza fu portata perfino alle Congregazioni Romane, che in data 21 febbraio 1601 fecero al vescovo un severo richiamo. Irritato maggiormente per questo, il vescovo, con un decreto di S. Visita, fatto approvare dalla S. Congregazione, staccò dalla Parrocchia di S. Maria Maggiore la Chiesa di S. Potito che fu eretta di nuovo a Parrocchia, nominandone tosto il parroco, in persona di D. Pietro lacobucci, con Bolla Vescovile del 14 aprile 1601. I canonici che dovevano per turno settimanale andare ad assistere alla cura di S. Potito, allora paese miserabile, badando più al proprio comodo che al pregiudizio della loro chiesa, accettarono il decreto senza osservazioni.
Ammalatosi nel 1603, il vescovo decise di portarsi a Ferrara sua Patria, ma essendo privo di mezzi, per affrontare un così lungo viaggio chiese soccorso ai Capitoli di Piedimonte, i quali gli cedettero la terza parte della rendita, che percepivano dall’università comunale.
Valerio Seta, da Verona, dell’ordine dei Servi di Maria Addolorata, fu creato Vescovo di Alife da Paolo V (1605-21) il 12 novembre 1608. Costui comprò il palazzo vescovile a Piedimonte, per la somma di ducati duemila, di cui 300 li ebbe dal Comune col patto che se il vescovo avesse abbandonato la residenza di Piedimonte, avrebbe dovuto restituirli all’università.
Secondo il Catalogo manoscritto egli sarebbe morto nel 1610, restando vedova la Diocesi per 15 anni, ma da un decreto della S. Congregazione dei Riti, in data 31 marzo 1620, riguardante una vertenza sorta tra l’Arciprete di S. Maria Maggiore e i Canonici della medesima chiesa, se cioè, in alcune sacre funzioni spettasse la precedenza all’Arciprete, decreto che è indirizzato a Mons. Seta, si deduce che egli nel 1620 era ancora in vita.
Girolamo Zambeccari, bolognese, dell’ordine dei Predicatori, fu eletto Vescovo di Alife da Urbano VIII (1623-44) il 17 marzo 1625. Sotto il suo governo fu eretto in Vallata l’ospedale degli infermi, sotto il titolo di Ave Gratia Plena. Per divergenze sorte colla casa di Laurenzana, fu trasferito alla sede di Minervino in provincia di Bari nel 1633. Questo vescovo, nel primo anno del suo episcopato, mandò a Roma una relazione dello stato della sua Chiesa, nella quale, fra le altre cose, dice: La Città di Alife, un tempo, come è fama, di circa diciassettemila fuochi è attualmente, a causa delle guerre e di altre avversità, quasi completamente distrutta. Per la troppa quantità di acque stagnanti, l’aria è divenuta insalubre e micidiale, per cui buona parte dei cittadini hanno cercato un rifugio più sano, nella vicina Piedimonte.
Angelo Rossi, fu creato vescovo di Alife dal Pontefice S. Pio V (1565-72), il 24 gennaio del 1567. Governò la Diocesi appena per un anno, giacchè visitando la Diocesi morì in Prata Sannita, e fu sepolto nella Chiesa di S. Francesco di detto Comune, ove tuttora si vede il sepolcro con relativa iscrizione.
Pietro Paolo. Patrizio fiorentino, del ramo di Casa De Medici detto di «Lungarno», nacque a Firenze, terzogenito di Orazio colonnello nell’esercito granducale, e di Camilla della Robbia. Dal 1624 canonico di S. Maria del Fiore, vestì presto l’abito dell’Ordine di S. Stefano dalla croce rossa a otto punte, e il 2 Giugno 1652 raggiungeva in quell’Ordine cavalleresco il grado di Balì del Delfinato.
L’11 Aprile 1639 fu nominato vescovo di Alife da Papa Urbano VIII, e restò in sede 17 anni. . Al tempo del suo governo fu edificata la Chiesa delle Monache di S. Salvatore, in Piedimonte. Nello stesso tempo, e propriamente nel 1646, fu fondato il Monastero di S. Benedetto, nel rione di Vallata. Arricchì la Chiesa di S. Maria Maggiore dell’ insigne reliquia di quasi metà del Cranio di S. Marcellino Prete e Martire. Con Bolla Vescovile del 10 giugno 1651, eresse in Castello di Alife il Seminario Diocesano, la cui fondazione era stata già autorizzata dallo stesso Urbano VIII con Rescritto del 1627. La ragione perchè fu istituito a Castello, si fu la donazione di una casa, d’un orto e di mille ducati, fatta a tale scopo da un certo Gabriele di Giovanni Antonio, a condizione però che il Seminario dovesse tenere gratuitamente due alunni di Castello e che non dovesse mai trasferirsi altrove, nel qual caso la donazione s’ intendesse nulla e come non fatta, e tanto la casa con l’orto, quanto i mille ducati dovessero passare in dominio della Congrega di S. Maria delle Grazie di Castello. Questa erezione, con tutte le dette clausole, fu confermata dalla S. Congregazione del Concilio, a dì 13 gennaio 1652.
Fra le cose memorande di quest'ottimo prelato è da noverarsi il prezioso dono fatto alla chiesa di S. Maria Maggiore di una porzione del cranio dell'inclito prete e martire S. Marcellino, nel 1642, il quale in seguito fu eletto patrono principale di Piedimonte e, nel 1650, la collegiata stessa di S. Maria Maggiore fu decorata del titolo d'insigne, con decreto della S. C. de'Riti del 9 luglio dello stesso anno; decreto confermato poi con breve apostolico da Alessandro VII, in data del 5 giugno 1660. Quello però che rende più famoso il nome di questo prelato fu proprio l'installazione di un seminario: opera tanto inculcata dal concilio di Trento. Se non che sviluppatasi la peste nel 1656, l'ottimo pastore nell'amministrare impavidamente i sacramenti agli appestali, contrasse anch'egli il contagio, e dette la vita per le sue amate pecorelle.
La morte venne il 22 Ottobre 1656. La peste che spopolava il reame, aveva ridotto a metà la popolazione di Piedimonte e dei casali (9.060 abitanti nel 1648, 4.645 nel 1669), le chiese restavano vuote e non officiate, ognuno evitava l’altro, e chi poteva, fuggiva in campagna. I paesi vivevano isolati. Proibito rigorosamente l’accesso. Ancora convalescenti venivano ora portati a Castello per l’aria mossa e leggera. E a Castello egli si trovava in Ottobre ad amministrare i Sacramenti, coraggioso e pio, e ne fu contagiato, e morì. Semplice e commosso l’elogio di Ughelli: «…defunctus est in contagiosa lue, mense Octobris, anno 1656, dum pro sibi commendato grege, intrepide infirmis ac peste tactis administraret, boi sane pastoris exemplar futurus, quippe qui, qua virtute, qua constantia, animam pro ovibus sui posuit». Per il gregge a lui affidato aveva dato la vita!
È sepolto nell’Annunziata. Scelse quel luogo per la sua devozione alla Vergine venerata sotto quel mistero. Vi confluiva la pietà per i suoi, che nella Annunziata di Firenze tenevano il loro secolare sepolcro.

Enrico Borghi. Dell'ordine dei Servi di Maria, di cui era stato generale. Dopo aver ricevuta in Roma l'episcopale consacrazione, venne a pigliare il possesso del vescovado di Alife su ordine di Alessandro VII l'anno 1658. Ma 8 giorni dopo il possesso della Diocesi morì, a dì 30 novembre 1658, e fu seppellito nella Chiesa di S. Maria Maggiore.
Sebastiano Dossena,  milanese dei chierici regolari Barnabiti , fu creato Vescovo di Alife da Alessandro VII, l’anno 1659. Fu insigne teologo e distinto predicatore. Nel tempo del suo episcopato i Padri Celestini che avevano il loro Monastero nella pianura di Alife, si trasferirono a Piedimonte, nel rione di Vallata, ove edificarono il nuovo Monastero accanto alla Chiesa della Dottrina Cristiana , che fu elevata alla dignità di Abbazia e venne poi soppressa nell’anno 1809. In questo stesso tempo fu edificata ancora in Vallata la Chiesa di S. Filippo Neri. Morì il 21 dicembre 1662 e fu sepolto nella Chiesa di S. Maria Maggiore.
Domenico Caracciolo, patrizio di Gaeta, fu creato vescovo di Alife da Alessandro VII il 3  marzo 1664. Nelle lotte per la preminenza tra S. Maria Maggiore e la Collegiata dell’Annunziata di Vallata, cercò di favorire quest’ultima, proponendo che S. Marcellino non fosse più il Patrono comune, ma della sola Piedimonte. Rigettata la sua proposta, sia da Roma, che dalla Nunziatura di Napoli, s’indispettì talmente, che decise di mutare la sua residenza e andò a stabilirsi a S. Angelo. Ma dove credeva di trovare la quiete trovò morte disgraziata; giacchè assalita di notte la sua abitazione, e messa a fuoco da ignoti malviventi, colpito in fronte da una fucilata, morì il 15 ottobre del 1675. Anche il Canonico suo confidente, ritornato a Piedimonte, finì miseramente annegato nel fiume Torano.
Durante il suo governo il Convento di S. Maria Occorrevole, lasciato nel 1612 dai Servi di Maria, fu dato nel 1674 ai Frati Minori Alcantarini, che andarono a prenderne possesso, portando in processione il SS. Sacramento, il 12 luglio di detto anno. Celebrò anche il Sinodo Diocesano il  9 aprile 1673 nella Cattedrale di Alife, gli atti del quale in 13 Capitoli si conservano nell’archivio Vescovile. In essi rinnova e conferma gli ordini da lui emanati nel 1670. Fu sepolto in S. Angelo, ove avvenne la sua morte.
Giuseppe de Lazara. Padovano, eletto vescovo di Alife il 22 marzo 1676, era già parroco della Chiesa dei SS.Vincenzo ed Anastasio detta ad aquas salvias, in Roma. Venuto in diocesi celebrò un sinodo, nel quale furono pubblicate varie utilissime costituzioni. Appoggiò e sostenne la mozione degli alifani, invitando i Canonici di Piedimonte, che avevano portata dopo il terremoto l’ufficiatura nella chiesa di Vallata, a ritornare in cattedrale. Trasferì in Piedimonte il Seminario, che dal Vescovo Pietro Paolo era stato fondato a Castello. Portò in Piedimonte un'altra insigne reliquia dì S. Marcellino, liniera tibia del santo, la quale, nel 1685, fu collocata a piedi della statua del medesimo. Consacrò solennemente la piccola chiesa della così detta solitudine del convento degli alcantarini di Piedimonte, fondata da S. Giovan Giuseppe della Croce, ch'egli stesso aveva ordinato sacerdote. Riparò la cattedrale danneggiata dal terremoto del 1688. Nel 1697 canonicamente eresse a parrocchia la chiesa di S. Marcello di Sepicciano, contrada della città di Piedimonte. Confermò e rese esecutivo nel 1682 il Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, del 1643, con cui si proclamava S. Marcellino Patrono non solo di Piedimonte, ma anche di Vallata, Castello e S. Potito ed infine, dopo un lodevolissimo governo di circa 27 anni, morì nell’anno 1702, all'età di 75 anni, e fu sepolto nella chiesa di S. Tommaso d’Aquino.
Angelo Maria Porfirio, abate di Camerino, fu eletto vescovo di Alife il 5 marzo 1703 da Clemente XI (1700-21). Fu amantissimo dei poveri, e zelantissimo dell'amministrazione della giustizia e della osservanza dell'ecclesiastica disciplina. Alle sue preghiere e mortificazioni siamo debitori della invenzione del corpo di S. Sisto I, papa e martire, il che a nessuno dei suoi predecessori era riuscito, nonostante le molte ricerche da loro usate all'oggetto. Infatti con grande pietà si diede alla ricerca del Corpo di S. Sisto nella cripta della Cattedrale e dopo averlo ritrovato lo chiuse in un’urna di marmo, che depositò sotto l’altare della nuova cappella detta di S. Sisto, da lui stesso fatto edificare all’ estremità sinistra della crociera, di fronte a quella del Sacramento.
Ingrandì il Seminario diocesano. Sotto il suo governo fu fondato il Convento di S. Agostino in Castello di Alife.
Nel 25° del suo Vescovato, nei giorni 21 e 22 aprile, celebrò il Sinodo Diocesano nel quale, in 45 Capitoli, tratta abbondantemente di tutte le materie ecclesiastiche. Migliorò il palazzo Vescovile e la Chiesa Cattedrale. Aggiunse altri 6 Canonici alla Collegiata di Ave Gratia Piena, ed iniziò la fabbrica della nuova Chiesa di Santa Maria Maggiore in Piedimonte. Morì il 3 di luglio dell’anno 1730, all’età di 86 anni, assistito da monsignor Baccari vescovo di Telese, e fu sepolto nella Chiesa di Ave Gratia Plena, nella sepoltura che aveva fatta costruire a sue spese.
Gaetano Iovone, della diocesi di Capaccio. Fu Canonico di S. Lucia in Roma, esaminatore e visitatore Apostolico, e quindi il I gennaio 1731 eletto vescovo di Alife da Clemente XII (1730-40). Morì il 13 ottobre 1732.
Pietro Abbondio Battiloro, di Arpino ma oriundo di Piedimonte; vescovo di Guardia Alfieri, fu trasferito alla cattedra alifana, da Clemente XII, il 19 dicembre 1732. Fu uomo collerico. Morì il 18 ottobre del 1735, e fu sepolto nella Chiesa di Ave Gratia Plena in Piedimonte.
Egidio Antonio Isabelli. Di Potenza, patrizio romano, per privilegio pontificio, fu creato vescovo di Alife da Clemente XII nel 1735. Nel corso di 17 anni, che governò questa diocesi, fece conoscere il suo animo grande e generoso, con il restaurare in parte l'episcopio, col costruire dalle fondamenta un casamento nelle vicinanze di Alife, luogo detto la Fabbrica, e con accrescere le rendite del seminario. Mostrò la sua valentia nella sagra audizione in Roma nel concistoro del 13 giugno 1746, sotto il pontificato di Benedetto XIV, per la canonizzazione dei cinque beati, Giuseppe da Leonessa, Fedele da Sigmaringa, Camillo de Lellis, Pietro Regalato e Caterina de Riccis. Morì ai 3 di gennaio del 1752.
Carlo Rosati, della diocesi di Troia da preposto di Canosa, fu creato vescovo di Alife da Benedetto XIV (1740-58) il 10 marzo 1752; ma il suo governo non durò neppure un anno, perchè morì il 19 febbraio 1753, di anni 47, e fu sepolto nella Chiesa di S. Tommaso d’Aquino in Piedimonte.
Innocenzo Sanseverino. Nato a Nocera dei Pagani, da nobile famiglia, già vescovo di Monte Marano, dove vi fu eletto nel 1742, passò ad Alife nel 1754 e ne fece poi rinunzia nel 1757; ed allora ebbe il titolo di arcivescovo di Filadelfia, nelle parti degli infedeli, con il patto di occuparsi dell'assistenza dell' arcivescovo di Napoli, che lo dichiarò suo vicario generale. Mori in quella città, il giorno 4 luglio 1762, ed ebbe sepoltura in quel luogo nella chiesa metropolitana.
Filippo Sanseverino, fratello germano di Innocenzo, fu creato vescovo di Alife da Benedetto XIV, il 6 gennaio 1757. Dopo aver arricchita la cattedrale dell’uno e l’altro coro ed aver rifatto il pavimento, le porte, il battistero e diversi altari, fu egli pure chiamato alla carica di Vicario Generale di Napoli. Occupò anche l’officio di confessore del re Ferdinando IV e fu nominato arcivescovo di Nicea nell’anno 1770.
Francesco Ferdinando Sanseverino, nipote dei due precedenti, della Congregazione dei Pii Operai, fu creato vescovo di Alife da Clemente XIV (1709-74) il 4 febbraio 1770. Fu uomo di somma destrezza nel trattare gli affari, per cui fu trasferito all’arcivescovado di Palermo il 13 aprile 1776. Egli consacrò la nuova chiesa di S. Maria Maggiore in Piedimonte, dopo di che il giudice comunale Vincenzo d’Amore, ne consegnò le chiavi al Capitolo, con atto pubblico, rogato dal notaio Pasquale Paterno.
Emilio Gentile. D'illustre famiglia napoletana, fu vicario generale della diocesi di Telese per 12 anni, ed in quella di Aversa per 3 anni circa, e quindi innalzalo alla cattedra di Alife il 20 maggio 1776 da papa Pio VI (1774-99). Dottissimo nell'uno e nell'altro diritto, diede alla luce due opere molto stimate, una intitolala Teorico-Pratica secondo l'ecclesiastica e civil polizia; e l'altra: De beneficiis et jure patronatus. Celebrò due sinodi, nei quali stabili ottime norme riguardo alla amministrazione dei sacramenti ed al buon costume, specialmente del clero. Persuaso che il bene della diocesi dipendesse dal buon regolamento del seminario, procurò stabilirvi la buona disciplina nei costumi e nelle scienze, non disdegnando dettare egli stesso per più anni le lezioni di teologia dommatica, di diritto canonico e civile, del diritto del regno, e la pratica del foro.
Restaurò, ingrandì e decorò il palazzo episcopale, dotandolo di una decente cappella, che ora più non esiste. Riattò il coro nella Cappella di S. Lucia e la sacrestia della Cattedrale, che abbellì con una porta di marmo. Arricchì la Cattedrale dell’artistico altare maggiore, che costò circa tremila ducati; del faldistorio in ferro e ottone, del bacolo pastorale, d’un piviale e pianeta violacea in trama d’oro, d’un piviale e pianeta gialla ricamati in argento, e d’una pianeta rossa ricamata in oro. Morì il 22 marzo 1822, all'età di 86 anni di cui 46 di episcopato.
Raffaele Longobardi, napoletano, preposito generale dei Pii Operai,, fu creato Vescovo di Telese dal Pontefice Pio VII (1800-23) e consacrato dal Cardinale Ruffo, il 29 aprile 1819. Avvenuta la morte di Monsignor Gentile, il 29 aprile 1822 assunse il governo della Diocesi di Alife già unita aeque principaliter a quella di Telese-Cerreto. Per il peso del governo. delle due Diocesi, essendo di gracile costituzione, si ammalò, e recatosi a Napoli per curarsi, vi morì il 29 settembre 1823, dopo aver retta la Diocesi per soli 17 mesi.
Giovanni Battista De Martino, dei Duchi di Pietra d’Oro, Preposito Generale della Congregazione dei Pii Operai. Nacque in Napoli il 22 di aprile 1758. Nel marzo 1824 fu creato vescovo di Alife-Telese, da Leone XII (1823-29), preceduto dalla fama di oratore, letterato e pio. Consacrato in Roma, il 9 maggio, dal Cardinale Falsacoppa, entrò in Diocesi l'11 giugno dello stesso anno. Fu oculatissimo nel governo delle Diocesi. Mise la pace tra il Capitolo Cattedrale e le due collegiate di Piedimonte. Mori in Napoli, il 1 maggio 1826, dopo due anni di episcopato, e fu sepolto nella chiesa di S. Nicola della Carità.
Carlo Puoti. Di nobile lignaggio, nacque in Napoli, il 12 giugno 1763, da Giammaria Puoti, ornamento della magistratura napoletana e da Anna De Masi, Patrizia leccese. Fece a Napoli i suoi studi, ma più che nella palestra del sapere, primeggiò nello spirito di pietà e nella urbanità del tratto. Imparentato a famiglie potenti fu creato Arcivescovo di Rossano, su proposta del re Ferdinando 1, dal Papa Pio VI, a soli 31 anni di età. Il 15 luglio del 1826, fu trasferito alle Diocesi riunite di Alife-Cerreto, delle quali predilesse Alife, ove abitualmente risiedeva. Sotto il suo governo furono fatte le seguenti opere ed istituzioni.
Nel 1827 essendo morto il Rev. D. Arcangelo Riccio, unico cappellano della chiesa di S. Caterina in Alife, in una seduta decurionale, fu diviso il benefizio della Cappella in 6 porzioni, formandone 6 cappellanie in servizio della chiesa, che fu riedificata a spese dei cappellani medesimi (1845).
Costruì a proprie spese la volta della nave di mezzo della Cattedrale, la cappella del Seminario ed un nuovo quarto dei medesimo, la cui spesa ascese a circa 8000 ducati. Restaurò l’episcopio, aggiungendovi un nuovo quarto. Aggiunse al Capitolo Cattedrale ed a quello di Santa M. Maggiore altri partecipanti, mentre, in quello di Ave Gratia Plena di Vallata ne furono installati quattro partecipanti della chiesa recettìzia di S. Angelo sotto il titolo di Ave Gratia Plena furono insigniti, ed addetti alla Chiesa Arcipretale di detto Comune.
Istituì in Piedimonte la Confraternita dei Nobili, sotto il titolo del SS. Sacramento, e fu edificata e consacrata la chiesa delle monache di S. Benedetto.
Quello che sopratutto lo distinse, fu la grande Carità verso i poveri e gli sventurati, nella quale virtù si segnalò particolarmente durante l’epidemia del colera del 1837 e nell’alluvione del 1841, che devastò gran parte di Piedimonte, compreso lo stesso Episcopio. Morì repentinamente, colpito da apoplessia la sera del 14 maggio 1847, all'età di anni 84, dopo aver governata la Diocesi per 21 anni. Il suo cadavere, come egli aveva ordinato nel suo testamento, fu trasportato nella cattedrale di Alife, ove gli furono celebrati solenni funerali. Il P. Vesana dei Liguorini, che allora si trovava a predicare in Piedimonte la santa missione, pronunziò un magnifico discorso funebre. Il popolo pianse la sua morte come quella del proprio Padre.
Gennaro Di Giacomo, canonico della Metropolitana di Napoli e parroco di S. Maria della Rotonda, una delle principali parrocchie dì detta Città, nacque in Napoli il 19 settembre 1796. Era assai ben viso a Ferdinando II. Re delle due Sicilie, di cui era il Consigliere a latere, ed aveva libero accesso ai Reali Palazzi. I torbidi del 1848 cagionarono un certo interregno alla morte di Monsignor Puoti, e solo il 22 dicembre 1848 Mons. Di Giacomo fu nominato Vescovo di Alife e Telese. Consacrato in Napoli il 4 marzo 1849, il 19 dello stesso mese ed anno fece il solenne ingresso in Alife.
Fu uomo di straordinaria cultura, specialmente letteraria, ed attivo nel governo delle Diocesi. Costatando le gravi difficoltà di governare insieme due Diocesi, ottenne da Pio IX e da Ferdinando II che fossero nuovamente separate, come realmente fu fatto colla Bolla Expertunj nobis del 6 luglio 1852, rimanendo egli, a sua scelta, vescovo di Alife. Utilizzando la sua autorità e i suoi buoni rapporti, tanto col governo Borbonico, quanto, in seguito, col Governo Italiano, liberò varie volte Alife e Piedimonte dal saccheggio, minacciato ora dagli uni ora dagli altri, e sottrasse molti dei compromessi politici da certi castighi e da altre vessazioni.
Colla sua carità preservò dalla colpa e dal disonore parecchie fanciulle pericolanti, e confortò personalmente i condannati a morte.
Fu assai zelante nell’osservanza delle sacre cerimonie e per il culto divino. Provvide la Cattedrale di arredi e sacri indumenti, specialmente di quelli occorrenti per la funzione degli oli santi, ed ottenne dal governo L. 4000 per completare i lavori del Coro maggiore. Introdusse, specialmente nelle chiese di Piedimonte, la devozione delle Quarantore. Celebrò con grande pompa, per circa un anno, la proclamazione del dogma dell’Immacolata ed il 25° del Pontificato di Pio IX.
Nel 1861 annesse al Capitolo Cattedrale i 6 cappellani di S. Caterina, tre dei quali colla qualifica di Canonici Diaconi e gli altri tre di suddiaconi, con tutti i diritti ed insegne canonicali.
Concesse ai Canonici delle Collegiate di Piedimonte l'uso delle cappe, il che fu causa di contrasti col Capitolo Cattedrale.
Fu ingiustamente accusato come oppositore dell'infallibilità Pontificia, ma se egli non intervenne al Concilio Vaticano, quando fu definito tale dogma, ne fu dispensato dallo stesso Pio IX, per ragione di salute¹.
Questo dotto Prelato, dice Mons. lannacchino, alla cultura non sempre congiunse la gentilezza di modi. Amò in religione più apparire che essere; diede prova di eccentricità di carattere, di leggerezza e pieghevolezza all’ira. Nelle evoluzioni politiche del 1860 preferì l’adattamento e l’opportunismo, fino a fare la ronda colla guardia nazionale, non sappiamo se per elezione o per necessità. Fatto cavaliere della Corona d’Italia e Senatore del regno, intervenne ad una seduta del Senato, quando si discusse la questione del matrimonio civile, in difesa del quale scrisse anche una dissertazione. Tale condotta non poteva essere approvata dalla S. Sede, perciò, chiamato a Roma da Pio IX, fu persuaso a scaricarsi del peso della Diocesi, conservandone il titolo e l’intera rendita, anzi il Papa vi aggiunse anche una pensione di 200 lire mensili.
Stabilite così le cose, il 6 settembre 1873, venne in questa Diocesi, con la qualifica di Vicario Generale cum omnimoda potestate, ma in realtà, come Vicario Apostolico, il Sacerdote napoletano D. Luigi Barbato Pasca, il quale il 27 dicembre 1874  consacrato Vescovo titolare di Sinopoli e Coadiutore con futura successione di Mons. Di Giacomo. Questi, liberatosi della cura della Diocesi, ed ottenuto dal Re il permesso di occupare un appartamento della Reggia di Caserta, quivi si ritirò. Avendo voluto seguire a piedi la processione del Corpus Domini, si ammalò e morì il 1° luglio 1878 all'età di 82 anni.
(1) Secondo il P.B. Gams, Series episcoporum, Ratisbonae 1886, nel Regno delle Due Sicilie esistevano all'inizio del Concilio Vaticano 105 circoscrizioni diocesane di cui ben 31 erano vacanti. I vescovi meridionali presenti all'inizio del Concilio erano 64, ai quali bisogna aggiungere gli abati nullius di Monte Vergine, Cava e Montecassino. (MANSI, 50, II, p .22-26): solo dieci erano assenti, per lo più per motivi di salute o di età avanzata. Fra i tre o quattro che Pio IX designa con il termine forte, di rognoso, secondo uno stile non del tutto raro in lui, rientrava un certo Mons. Gennaro Di Giacomo, vescovo di Piedimonte di Alife (1796-1878), di nette e ben note tendenze liberali, che gli valsero nel 1863 la nomina a Senatore del Regno, e che, in pieno dissenso con le direttive del papa, prese parte attiva ai lavori parlamentari. Egli addusse il pretesto della cattiva salute per non partecipare al Concilio. (G.G. Franco, G. Martina, Appunti Storici sopra il Concilio Vaticano, Università Gragoriana Editrice, Roma 1972).
Luigi Barbato Pasca. Nacque a Napoli nel 1822. Fatto sacerdote e laureatosi in diritto fu impiegato presso la Nunziatura Apostolica di Napoli e poi Vicario Generale di Mons. Acquaviva vescovo di Nusco. Pubblicò parecchie opere, fra cui il Compendio del Formulario del Monacelli. Fu proposto come Vicario Generale e poi Vescovo di Alife, ove venne il 6 settembre 1873.
Per il suo carattere nervoso si creò diverse opposizioni in diocesi, specialmente premurando la Sacra Congregazione a scomunicare l’Arcidiacono Cornelio di Alife. in conseguenza dei dispiaceri ricevuti nel 1879 si ammalò e morì in Seminario, dove aveva sempre dimorato, l'8 dicembre, dopo lunga malattia sopportata con cristiana rassegnazione. Fu il primo vescovo ad essere seppellito nel cimitero di Piedimonte. Il 31 ottobre 1886 il suo corpo fu esumato e deposto nel monumento erettogli dalla Congrega di Carità a destra della Cappella dell’Arciconfraternita del Carmine. Estinse il debito del Seminario. Restaurò la vita comune nei monasteri, ed a sue spese fece il pavimento del Coro Maggiore della Cattedrale.
Girolamo Volpe, nacque in Napoli da onesta famiglia il 9 agosto 1824. Fu uomo dotto, pio e caritatevole. Nel Concistoro del 1 aprile 1876 fu nominato Vescovo titolare di Teia e Coadiutore con futura successione di Mons. Nicola De Martino, Vescovo di Venosa, a cui successe il 15 luglio 1878.
Nel 1880 veniva trasferito alla cattedra di Alife, ove fece il solenne ingresso il 13 Giugno 1880. Ebbe cura del Seminario. Spese, per riattare l’Episcopio, circa ventimila lire. Fece a proprie spese la balaustra in marmo del Coro Maggiore della Cattedrale, che arricchì di molti arredi e paramenti sacri, fra cui due mitre, una semplice e l’altra preziosa. Riordinò le Confraternite, eliminando parecchi abusi. Colpito da apoplessia, morì il 9 agosto 1885 in Napoli, ove fu sepolto.
Antonio Scotti, nacque in Napoli nel dicembre 1837. Fu Vicario Generale del Cardinale Camillo Siciliani Di Rende, Arcivescovo di Benevento. Fu consacrato vescovo titolare di Saretta ed ausiliare del medesimo Cardinale, la 1^ Domenica di ottobre del 1886. Uomo pio, dotto e valente oratore, promosse in Diocesi molte opere di apostolato, come la devozione del Mese Mariano, e la Comunione riparatrice.
Accompagnato dal suo segretario andava ad insegnare Il catechismo nella chiesa di S. Domenico. Istituì la Congregazione dei Missionari diocesani, imitatori della Sacra Famiglia, con sede nella Cappella del Seminario, stampandone il relativo Regolamento. Aprì nell’ Episcopio una scuola dei Chierici poveri, e dopo 2 anni, scelti i migliori fra essi, li ammise in Seminario, pagando egli la retta e tutte le altre spese occorrenti. Fece costruire in Seminario un bel teatro, occupandosi egli stesso di preparare i giovani alle recite. Ripristinò le due Colleggiate di Piedimonte, con la fusione del legato fatto da Mons. Volpe e dei due coadiutorati lasciati da Mons. Barbato, terminando la spiacevole questione delle insegne canonicali. Promosse e compì con solenne funzione l' Incoronazione della Statua dell’Immacolata nella chiesa di Ave Gratia Plena.
Colpito da una leggera forma di mania di persecuzione, dovette lasciare nel 1893 il governo della diocesi, conservandone il titolo e la rendita. L’amministrazione della Diocesi fu affidata dal Papa Leone XIII al Metropolita, Cardinale Di Rende, il quale pur venendo diverse volte a funzionare in cattedrale, nominò per gli affari ordinari, come suo Vicario Generale, Mons. D. Vincenzo Lopes Abate di Padula.
Morto poi improvvisamente il Cardinale Di Rende, nel Monastero di Montecassino, durante un suo viaggio a Roma il 16 maggio 1897, il Santo Padre Leone XIII indusse Mons. Scotti a rinunziare alla Diocesi, assegnandogli per pensione la metà della mensa Vescovile, e nominandolo nel Concistoro del 24 marzo 1898 vescovo titolare di Tiberiopoli. Morì a Torre del Greco, dove si era ritirato a vita privata.
Settimio Caracciolo dei Marchesi di Pietravalle, dei Principi di Torchiarolo e Ripa, patrizio napoletano, prelato domestico di S. S., dottore in Sacra Teologia ed in ambedue le leggi. Nacque in Napoli, il 17 settembre 1862, dove rimase per poco tempo; quindi passò a Roma per accudire, nella sua infermità, lo zio materno, il cardinale Raffaele Monaco Lavalletta, di cui fu erede; ed in quel frattempo, fu nominato canonico di S. Giovanni in Laterano. Nel Concistoro del 24 maggio 1898 fu nominato da Leone XIII vescovo di Alife. Fu consacrato in S. Giovanni in Laterano dal Cardinale Satolli, ed il 18 dicembre dello stesso anno fece il solenne ingresso in Alife.
Fu attivissimo nel governo della Diocesi, che visitò parecchie volte. Si occupò per recuperare dagli eredi del Cardinal Di Rende quel poco che fu possibile, del molto sottratto alla Diocesi. Donò alla Cattedrale un magnifico parato di candelieri in bronzo dorato ed altri arredi e sacri indumenti.
Acquistò a proprie spese il Convento dei Frati Minori in Prata Sannita, e lo fece riattare per chiamarvi i Servi di Maria.
Costituì un fondo di rendita di L. 100 per gli esercizi pasquali da farsi un anno a S. Maria Maggiore ed un anno nella chiesa di Ave Gratia Plena in Vallata. Col denaro lasciato dalla Signora Teresa Greco e con poco altro delle Monache, comprò il Monastero di S. Benedetto. Sotto il suo governo fu ampliata la chiesa di S. Lucia al Ponte del Carmine in Piedimonte, che poi consacrò ed arricchì, con largo legato per una cappellania, lasciata dal Signor D. Giuseppe Scorciarini. Istituì l’Opera Diocesana dei Tabernacoli. Consacrò la restaurata chiesa arcipretale di Ailano e la Cappella di Loreto in S. Potito. Fu uomo assai popolare e faceto, ed assai affezionato alla città di Alife, capoluogo della diocesi.
Con decreto concistoriale del 10 aprile 1911, rimanendo Amministratore di Alife, fu trasferito all’importante Sede Vescovile di Aversa.
Felice Del Sordo, nacque a Nusco il 10 febbraio 1850 dalla nobile Famiglia dei Conti Del Sordo. Ordinato Sacerdote il 20 dicembre 1873, fu segretario particolare di Monsignor Acquaviva vescovo di Nusco. Ancora giovanissimo, nel 1879 venne nominato Parroco di S. Maria Vetere; nel 1888 Canonico della Cattedrale e nel 1899 arciprete della medesima. Dal 1905-6 fu Rettore del Seminario, indi Vicario Generale dell’Arcivescovo di Brindisi e nel 1906 fu preconizzato Vescovo Titolare di Claudianopoli ed Ausiliare del Vescovo di Nusco.
Il 14 luglio del 1908 fu nominato vescovo di Venosa e dopo tre anni, il 14 settembre 1911, veniva trasferito alla sede di Alife.
La principale delle sue cure è stata il Seminario, che ha cercato di far rifiorire, procurando sempre Superiori e Professori capaci di mantenere alto il prestigio della pietà e dello studio. Per accrescere il numero delle buone vocazioni fondò l'Opera dei Chierici Sussidiati, i quali venivano mantenuti in Seminario, in parte con l’obolo dei benefattori. Restaurò ed abbellì i locali del Seminario stesso arricchendolo d’una magnifica sala di ricevimento e d’una grande biblioteca, messa a disposizione di tutti gli studiosi.
Sebbene non più giovane, ed inesperto nel cavalcare, visitò senza pericoli i paesi più in montagna della Diocesi.
Durante il suo governo sono state restaurate quasi tutte le chiese. Nella Cattedrale fece decorare a proprie spese è contribuì per la nuova pavimentazione in marmette, delle tre navate.
Ripopolò e restaurò il monastero di S. Benedetto in Vallata, che era in procinto di chiudersi per mancanza di soggetti, chiamandovi le Benedettine del SS. Sacramento da Ronco di Ghiffa, che vi hanno ristabilita la vita regolare con tutte le opere di pietà e di apostolato che un tempo lo resero così illustre. Non pago di aver beneficato in tal modo il Rione di Vallata, pensò di fare altrettanto nel rione di Piedimonte e coadiuvato, specialmente in quest’opera, dal suo giovane e valido collaboratore Monsignor D. Amilcare Sarno suo segretario e Pro-Vicario Generale della Diocesi, ottenne con molti impegni e fastidiose pratiche, dal Comune e dalla Provincia, la cessione dell’antico e storico Monastero di S. Salvatore, adibito fino a pochi anni addietro a caserma ed a sede del museo cittadino, e, dopo averlo rimesso con ingenti spese quasi completamente a nuovo, vi aprì un asilo ed un laboratorio diretti dalle stesse Monache Benedettine del SS. Sacramento.
Per tener vivo lo spirito ecclesiastico nel clero volle che tutti, ed Egli per primo, intervenissero ai corsi triennali dei santi spirituali esercizi.
Nell’Anno Santo 1925 organizzò e diresse un numeroso pellegrinaggio Diocesano a Roma, e celebrò nel 1927 con grande solennità il centenario Francescano, chiudendo la serie dei festeggiamenti con la consacrazione di un nuovo altare di marmo eretto nella Chiesa di S. Pasquale in onore del Santo, con l’inaugurazione d’una lapide commemorativa e con solenne pontificale.
Luigi Noviello, nacque a Napoli il 10 Agosto 1875. Fu nominato vescovo di Alife il 31 Agosto 1930 nel duomo di Napoli, ma prese possesso della Diocesi solo il 26 ottobre  dello stesso anno.
Nel ’31 promosse l’istituzione della confraternita del Sacramento a Raviscanina e nel 1939 eresse la nuova parrocchia di S. Michele sulle colline di Alife. A Piedimonte incoraggiò la conferenza di S. Vincenzo de Paoli per soccorrere i poveri in casa e due volte, nel ’38 e nel ’45, volle la missione dei Paolini.
Il Dilexi decorem domus tuae era il suo spirito di rinnovamento artistico degli edifici sacri ed infatti, nel 1931, il pittore Bocchetti gli affrescò l'Annunziata e, nel 35'-36', avviò il restauro di Santa Maria Maggiore.
l'11 maggio 1931 ricevette nel seminario la visita del principe Umberto.
Si prodigò molto durante l'occupazione tedesca di Piedimonte nell'ottobre del 1943 riuscendo a far fuggire 128 deportati di San Salvatore Telesino.
Morì il 18 Settembre ’47, e fu sepolto all’Annunziata. Questa è la lapide che gli è stata dedicata:
ALOYSII NOVIELLO ALLYPHANAE ECCLESIAE ANTISTITIS / PIISSIMI ATQUE OPTIME MERITI / DUM CORPUS IN HUIUS TEMPLI YPOGEO / SUB IMMACULATAE DEIPARAE ICONE / TUMULATUM QUIESCIT / SPIRITUS NOBIS COELIBUS / TUTELARIS UT ANGELUS SEMPER ADEST.
Giuseppe Della Cioppa, nacque il 2 Marzo 1886 a Bellona (CE). Frequentò il seminario di Capua, e il 18 Dicembre 1909 fu ordinato prete a Lanciano, dal vescovo Angelo Della Cioppa suo prozio. Il 17 Luglio ’43 fu nominato vescovo titolare di Tiberiade e prelato palatino di Altamura e Acquaviva, e fu consacrato il 19 Marzo ’44 dall’arcivescovo Baccarini di Capua. Nella diocesi capuana si era distinto negli incarichi di curia, fra cui di vicario generale, ma ancor più nell’insegnamento ventennale nel seminario.
Il 20 Settembre ’47 fu trasferito ad Alife, e il 7 Marzo ’48 prese possesso della Diocesi. L'infermità visiva determinò il suo ritiro nel 1952.
Si ebbe come amministratore apostolico il vescovo di Cerreto Del Bene. Mons. Della Cioppa morì in clinica, a Napoli, il 17 Ottobre 1957.
Virginio Dondeo, nacque a Castelverde di Zappa (CR) il 21 Settembre 1904. Compiuti gli studi nel Seminario diocesano, veniva ordinato prete il 14 Agosto 1927. Approfondiva i suoi studi con la laurea in Teologia a Roma, e nell’Agosto ’36 con l’altra in Filosofia all’Università Cattolica di Milano.
La sua vita si svolgeva nelle scuole, alternando l’insegnamento della Religione al Magistrale e al Liceo classico, con la Teologia morale al seminario. Dal ’36 al ’53 fu rettore del seminario, dal ’38 al ’48 preside dell’Istituto magistrale parificato «Matilde di Canossa» a Cremona. Nel ’38 divenne canonico della Cattedrale cremonese. Ha viaggiato all’Estero, ed ha compiuto il pellegrinaggio in Terra Santa.
Il 29 Maggio ’53 fu nominato vescovo di Alife, e consacrato il 27 Giugno. Prese possesso il 20 Settembre. Durante otto anni di permanenza a Piedimonte celebrò il primo congresso eucaristico diocesano nel ’54; ridusse il numero ed il percorso delle processioni (incontrando resistenze per quella di s. Marcellino a Vallata); favorì la venuta delle Canossiane, nel ’54, al posto delle Benedettine di S. Salvatore, che andavano via; intervenne nella ricostruzione della chiesa di S. Lucia in Piedimonte; influì sull’amministrazione comunale di Piedimonte affinché fossero conservati i boschi di Bocca della Selva.
Fece sentire sempre la sua presenza come un fatto di controllo, per un riordinamento delle manifestazioni religiose, che a volte incontrò il favore, altre volte, sapendo di estraneo, «settentrionale», incontrò resistenze.
Il 18 Aprile ’61 fu trasferito ad Orvieto. Quando partì, il 28 Settembre in S. Maria Maggiore, gli fu offerto un calice d’oro, e la cittadinanza onoraria di Piedimonte il 21 Settembre.
Nella nuova diocesi divenne anche amministratore di Bagnoregio nel ’67, e vescovo di Todi nel ’70. Vi è morto, dopo dolorosa malattia, il 6 Agosto 1974.
(L’eco della diocesi, Ottobre 1961, redatto da Pietrangelo Gregorio).
Raffaele Pellecchia, nacque ad Avellino l’11 Febbraio 1909. Fu ordinato sacerdote il 25 Luglio 1932. Dal ’35 insegnò nel seminario vescovile, e ne fu anche rettore, oltre ad avere numerosi incarichi di curia e d’insegnamento. Dal ’40 penitenziere della cattedrale, nel ’53 ne divenne arciprete. Tanta attività non gl’impedì di laurearsi in Teologia a Benevento nel ’32, e nel ’37 in Lettere all’università di Napoli. Nel ’57 fu nominato protonotario apostolico. Il 2 Giugno 1960 fu nominato vescovo titolare di Amiso con deputazione di ausiliare del vescovo di Caiazzo, e fu consacrato nella cattedrale di Avellino dal cardinale Mimmi, il 13 Marzo ’60.
Il 1 Settembre ’61 fu trasferito ad Alife dove, il 24 Ottobre, prese possesso per procura, e il giorno seguente personalmente.
Il 9 Ottobre ’82 partì per il concilio ecumenico, e l’8 Dicembre ’65 fu accolto in diocesi, allo scioglimento della grande assemblea.
In diocesi promosse radicali restauri alla cattedrale, ed ottenne contributi governativi per la costruzione di un secondo piano al seminario; pure nel ’67 promosse una settimana di studi conciliari, e il 15 Marzo di quell’anno elevò a santuario la chiesa di Calvisi.
Il 19 Marzo 1967 fu trasferito alla chiesa titolare di Arpi con la deputazione di coadiutore dell’arcivescovo di Sorrento, con diritto alla successione, e quale amministratore del vescovato di Castellammare di Stabia, e lì si spense il 2 Maggio 1977.
Vito Roberti. Benché non abbia portato il titolo di vescovo di alife, dev'essere qui ricordato mons. VITO ROBERTI vescovo di Caserta, che per quasi dodici anni è stato Amministratore apostolico della diocesi.
Nato l'11 Settembre 1911 a Matera, è stato alunno del seminario romano, si è laureato in Filosofia e in utroque Jure, e a questi titoli ha aggiunto nel 1932 la licenza in Teologia e la pratica di quattro lingue. Il 23 Dicembre 1933 è stato ordinato sacerdote. Nella sua diocesi ha sperimentato tutte le cariche curiali, è stato insignito della terza dignità della cattedrale, «cantore», ed è stato preside della scuola media «S. Anna» di Matera.
Nel Gennaio 1950 è stato chiamato in Vaticano come Minutante nella Congr. degli affari ecclesiastici straordinari, e il 13 ottobre 1962 è stato eletto arcivescovo titolare di Tomi e inviato come Delegato apostolico nel Rwanda e Congo, incarico mutato l'11 Febbraio 1963, in quello di Nunzio apostolico anche nel Burundi. Nelle tre capitali ha avvicinato Re Mwambutsa IV, Kasavubu Presidente del Congo, e Kajibanda del Rwanda.
Il 15 Agosto 1965 è stato trasferito a Caserta, e il 29 Maggio 1967 ha ricevuto anche l'amministrazione della diocesi di Alife.
È suo il decreto del 25 Marzo 1968 per l'istituzione di un museo diocesano; a Roma ha aperto un convitto per i chierici delle due diocesi; ha promosso la costruzione delle chiese parrocchiali di S. Michele sulle colline di Alife e di Carattano, la progettazione della chiesa a Tòteri e della casa parrocchiale a Castello. All'assistenza e alla visita alle parrocchie ha aggiunto il 26 Settembre 1968 la collaborazione con l'associazione piedimontese "Bontà e Azione dei Giovani"(1) che organizzò, nello stesso anno, la Settimana Africana, una serie di importantissime manifestazioni  e una mostra ricca di materiale spedito dalle tribù del Rwanda e Burundi, in occasione del gemellaggio fra l'associazione di Piedimonte e Butwe nel Burundi attraverso un ponte radio. 
(Bibliografia: A Sua Eccellenza mons. Vito Roberti, ricordando il solenne ingresso in diocesi - Caserta 1965).
(1) Si tratta della trasformazione, voluta dallo stesso vescovo, della preesistente Associazione "Bontà di Piedimonte", che operava solo nel periodo natalizio apportando aiuto materiale alle persone e ai bambini meno abbienti, i cui fondatori erano D'Ambrosa Massimo, Gaudio Francesco, Fortuna Giovanni, Pepe Angelo e Riselli Antonio.

Angelo Campagna. È nato il 20 Giugno 1923 in S. Tecla, frazione di Montecorvino Pugliano in provincia di Salerno. Entrato a dieci anni nel seminario arcivescovile di Salerno, vi compì il corso ginnasiale, completando la sua formazione culturale nei corsi liceale e teologico del seminario regionale «Pio XI» di Salerno.
L’8 Dicembre 1945 fu ordinato sacerdote nel duomo di Salerno dall’arcivescovo primate Demetrio Moscato. Da questi fu nominato vicecancelliere della curia, insegnante di Matematica al corso ginnasiale del seminario, e viceassistente diocesano degli aspiranti di Azione cattolica. Dal 1950 al Giugno ’78, insegnò Religione nelle scuole di stato. Veniva intanto promosso cancelliere della curia e canonico del duomo, diveniva assistente diocesano e regionale dei giovani di Azione cattolica, consulente ecclesiastico del C.S.I. il centro sportivo italiano, e cappellano del collegio dei mutilatini di don Gnocchi a Salerno. Dal Giugno ’67, per quattro anni, diviene rettore del seminario, e vi torna ad insegnare matematica.
Il nuovo arcivescovo di Salerno, mons. Gaetano Pollio lo volle al suo fianco, dal 1 Maggio 1971, quale provicario generale dell’arcidiocesi, e delegato vescovile per la diocesi di Acerno, e intanto venne insignito delle dignità di Prelato d’onore di S. S. e, dal 1975, di Protonotario apostolico.
L’8 Aprile 1978, Papa Paolo VI lo nominò vescovo di Alife e di Caiazzo con due bolle separate, ad indicare che le due diocesi restano autonome. Il 14 Maggio, Pentecoste, fu consacrato nella chiesa dei Salesiani a Salerno: consacrante il card. Sebastiano Baggio Prefetto della congregazione dei vescovi, consacratori l’arcivescovo primate di Salerno mons. Pollio, e mons. Calabria arcivescovo di Benevento, con la partecipazione di numerosi altri vescovi e sacerdoti della regione, nell’entusiasmo di uno stuolo di fedeli convenuti dalla città e diocesi di Salerno, nonché dalle diocesi di Alife e di Caiazzo.
Il 4 Giugno prese possesso nella cattedrale di Alife, quinto prelato oriundo del Salernitano, e il 18 Giugno prese possesso a Caiazzo, terzo venuto da quella provincia.
È appassionato cultore, fra l’altro, di storia locale, ed ha curato la pubblicazione di due annuari della diocesi di Salerno, nel 1959 e nel 1975, di una monografia sulla chiesetta della Madonna dell’Arco nel suo paese natale, e di un’opera di notevole importanza «Salerno sacra – Ricerche storiche», edizione curia vescovile di Salerno 1962.
Pietro Farina. Nato a Maddaloni, studia nel Seminario Minore di Caserta, in quello Regionale di Benevento e nel Pontificio Seminario Francese di Roma, arrivando infine alla Pontificia Università Gregoriana, deve consegue Licenza in Teologia e il baccellierato in Scienze Sociali. Viene ordinato sacerdote della Diocesi di Caserta il 26 giugno 1966, ed entra a far parte dell'Istituto secolare dei Missionari della Regalità di Cristo. Svolge il servizio di parroco della parrocchia "Santa Maria Assunta" di Mezzano di Caserta, assistente diocesano dell’Azione Cattolica, rettore del Seminario Minore, docente dell'Istituto di Scienze Religiose, e diviene infine vicario generale. In questi anni ricopre inoltre il ruolo di presidente dell'Associazione Nazionale San Paolo Italia (ANSPI) e assistente del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC), oltre ad operare attivamente presso la Fondazione Villaggio dei Ragazzi di Maddaloni, fondata nel 1947 da don Salvatore D'Angelo.
Il 16 febbraio 1999 viene elevato alla dignità episcopale, divenendo Vescovo dell'antica diocesi campana di Alife-Caiazzo, succedendo in quella sede al defunto Vescovo Mons. Nicola Comparone.
Riceve l'ordinazione episcopale il 17 aprile 1999 dal cardinale Lucas Moreira Neves (coconsacranti il cardinale Michele Giordano e il vescovo Raffaele Nogaro) e, dopo qualche giorno, prende possesso nella Cattedrale di Alife.
Il 25 aprile 2009 viene eletto vescovo di Caserta, sostituendo Raffaele Nogaro, dimissionario per raggiunti limiti di età.[È membro del Consiglio per gli Affari Economici e del Comitato per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica, due organismi della Conferenza Episcopale Italiana.
Valentino Di Cerbo. E’ nato a Frasso Telesino (BN) il 16.09.1943. Ha frequentato gli studi ginnasiali presso l’Istituto Salesiano di Caserta e quelli liceali presso il Pontificio Seminario Romano Minore. Passato al Pontificio Seminario Romano Maggiore, ha compiuto gli Studi filosofici e teologici e conseguito i relativi Gradi Accademici presso la Pontificia Università Lateranense.
Incardinato nella Diocesi di Roma, il 30 marzo 1968 è stato ordinato Sacerdote da S.E. Mons. Ilario Roatta, Vescovo di Sant’Agata de’Goti, a Frasso Telesino nella Chiesa della Madonna di Campanile.
Successivamente si è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli.
E’ stato assistente presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore dal 1968 al 1974, quando è stato nominato Vice-parroco della Parrocchia di S. Luca al Predestino, dove ha continuato a collaborare fino al 1988. Contemporaneamente ha insegnato Religione nelle Scuole Medie Superiori di Roma.
Nel 1980 è stato chiamato a dirigere il Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi del Vicariato di Roma (con competenze per la catechesi, l’insegnamento della Religione cattolica e la Scuola cattolica) e, subito dopo, l’Ufficio Catechistico Regionale del Lazio.
Nel 1982 è stato nominato Cappellano di Sua Santità.
Tra il 1980 e il 1991, è stato: membro del Consiglio dell’Ufficio catechistico nazionale, del Comitato nazionale per il riconoscimento degli Istituti di Scienze Religiose e del Forum europeo per l’Insegnamento della Religione cattolica; Direttore Amministrativo dell’Istituto di Scienze Religiose Ecclesia Mater della Pontificia Università Lateranense e Direttore dell’Istituto Superiore E. Caymari per la formazione degli Insegnanti di Religione della Scuola primaria.
In questo stesso periodo ha fondato e diretto le Riviste Insieme catechisti e Romaierre, pubblicazioni del Vicariato di Roma.
Nel 1989, con i responsabili degli Uffici diocesani per l’insegnamento scolastico della Religione di Monaco e Madrid, ha promosso il Gruppo per lo studio dell’Insegnamento della religione cattolica nella grandi Città europee.
Ha collaborato a vari periodici specializzati nel settore della pedagogia della fede e dell’Insegnamento scolastico della Religione cattolica.
Dal 1987 al 1991 è stato Rettore della Chiesa di Sant’ Eustachio a Roma, dove, nei locali adiacenti, ha avviato un Centro studi e documentazione sull’IRC e la Catechesi nella Diocesi del Papa.
Dal 1991 al 1994 ha lavorato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.
Nel 1993 è stato chiamato, in qualità di professore invitato, a tenere il corso Catechesi e inculturazione presso la Pontificia Università Urbaniana, incarico nel quale è stato confermato ininterrottamente fino al 2007.
Il 1 ottobre 1994 è stato nominato minutante presso la Segreteria di Stato, dove dal 2002 è Capo Ufficio della Sezione Italiana.
Dal 29 giugno 1997 è Prelato d’Onore di Sua Santità e, dal 1998 al 2002, è stato Rettore della Chiesa di San Lorenzo degli Speziali in Roma.
Consigliere spirituale nelle équipes Notre Dame di Roma, è Rettore della Chiesa della Madonna di Campanile in Frasso Telesino (BN), dove svolge il ministero festivo e dove è presidente della Fondazione Madonna di Campanile per la ricerca storica, culturale e religiosa sul territorio. In tale ambito, nel 1995 ha fondato il periodico trimestrale “Moifà” ed ha curato pubblicazioni di storia locale.
Nel 2007, ha dato alle stampe il libro Alfonso Maria Iannucci e la teologia neoscolastica nella collana Nuovi saggi teologici delle Edizioni Dehoniane di Bologna.
Dal 2006 è Chierico Prelato della Camera Apostolica e, dal 2007, Commendatore al merito della Repubblica Italiana.
Eletto alla sede vescovile di Alife-Caiazzo il 6 marzo 2010; ordinato vescovo il 1° maggio 2010, prende possesso della Diocesi l'8 maggio 2010 con il solenne ingresso in Cattedrale ad Alife e nell'Episcopio di Piedimonte Matese, sede della residenza ufficiale dei Vescovi di Alife dal 1561.
Michele de' Rossi o De Rubeis. Padre Carmelitano, nacque a Somma Vesuviana nel 1583. A soli dodici anni entrò nell’ordine Carmelitano, nel convento del Carmine Maggiore di Napoli. Fu eletto Provinciale di Abruzzo, nel 1622 priore del Carmine Maggiore di Napoli, nel 1624 Provinciale di Napoli e Basilicata, nel 1628 priore del convento generalizio della Traspontina in Roma e nel 1630 Procuratore generale dell’Ordine presso la S. Sede. Come tale presiedette il capitolo generale delle provincie napolitane delle quali fu Visitatore e Commissario. Fu anche Qualificatore dell’Inquisizione nel regno partenopeo. Da Papa Urbano VIII, nel Gennaio del 1633, fu nominato vescovo di Minervino in Puglia ma già ad Aprile chiamato fu chiamato dallo stesso papa a sostituire il suo predecessore Zambeccari (in contrasto con il Duca di Laurenzano) nella diocesi di Alife. Tuttavia anche sotto il suo vescovado non cessarono le contese con il Duca, anzi crebbero maggiormente per la creazione dei chierici e per le franchigie degli stessi. Tant'é, che dopo varie controversie, si andò addirittura ad un processo in Roma. Morì il 22 Dicembre 1638, e fu sepolto nel convento del Carmine in Piedimonte.
Filippo. Era vescovo nel 1308-10. Forse era alifano. Il 18 Dicembre 1308, Egidio de Villacublai barone di Prata, gli presentò per la conferma, il prete Taddeo quale rettore di S. Pancrazio di Prata. Aveva un nipote dello stesso nome. Si ricava dalle Rationes decimarum: Abbas Philippus nepos domini episcopi adhuc tarenos IIII, e più oltre: Abbas Philuppus pro beneficiis suis quae valent uncias II solvit tareno II (c.s. 249). Il primo documento in cui appare è una pergamena dell’archivio capitolare di Caiazzo, del 30 Agosto 1300.
Giovanni II Bartolo. Arcidiacono della cattedrale, fu eletto vescovo dal Capitolo il 16 Dicembre 1482. Tuttavia gli autori non sono concordi: per l'Ughelli e il Gams è il 16 Gennaio 1483, per un manoscritto conservato in Santa Maria Maggiore è il 2, per Iacobelli il 13 Febbraio. Morì nel 1486.
Filippo Saragli. Nacque a Firenze da nobile famiglia. Fu monaco e abate generale della Congregazione di M. Oliveto. Nel capitolo generale, eletto abate generale, rinunziò. Da Papa Paolo III fu nominato vescovo di Madruz in Dalmazia, e il 22 Giugno 1548 trasferito ad Alife, ove morì nel 1444. Rinunziando a Madruz, s’era riservata una pensione annua di 60 ducati pro persona nominanda.
Paolo. Il nome appare in tre giudicati di Pandolfo Principe di Benevento. Nella lite tra il Vescovo Vito e il monastero di Cinglia viene citato sei volte. Il vescovo di Alife è citato nella epistola papae Gregorii V ad Alfanum. I documenti parlano di lui negli anni 981-85, ma le sedi suffraganee di Benevento erano state occupate dai vescovi fin dal 969-70 e, o è stato lui il primo vescovo della ricostituita diocesi o, meno probabile, è successore di un altro rimasto sconosciuto.
Bertrando. Nominato il 3 Dicembre 1348, il 28 Marzo 1350 s’impegnò a pagare il subsidium alla curia romana, come dal libro delle obbligazioni.
L’aria di Alife gli fece male, e chiese di essere trasferito. Si ricava dagli «Arcani historici» di Niccolò Alunno. Vi è scritto: «Vescovo di Alife, Bernardo, incontrando poca bona temperie d’aere in questaa città e diocesi, s’incamminava con lenti passi a perdere totalmente la salute, mentre dal tempo che vi pervenne, mai poté godersi giorno salutifero; ricorse però ai Regi, e questi supplicarono il Pontefice a cambiarli prelatura, con destinarlo a Diocesi di esperimentato ambiente».